11.28.08

SENECA O SHAKESPEARE? DE GUSTIBUS …

Pubblicato su Mariastella Gelmini, attualità, latino, scuola tagged , , , , , , , a 11:16 pm di marisamoles

senecaIn questi giorni si ritorna a parlare di riforma della Scuola Secondaria di II grado e le notizie non sono confortanti. Più volte, nei post precedenti (qui e qui) e in vari commenti, ho affermato che la Legge 137 non ha riformato nulla e che la riforma, l’unica attesa e auspicata, doveva per forza riguardare le scuole superiori.
Il ministro Gelmini, da parte sua, ha promesso di occuparsi il prima possibile dell’università – lo sta facendo, nel bene o nel male – e ha espresso la chiara intenzione di varare la riforma del secondo ciclo d’istruzione riprendendo in parte la riforma Moratti mai applicata.
“Faremo tesoro anche del lavoro fatto dal Ministro Fioroni e dalla commissione De Toni sugli istituti tecnici e professionali. Riprenderemo il sistema dei licei previsto dalla Moratti, al quale affiancheremo una riqualificazione, una valorizzazione della formazione professionale e degli istituti tecnici. Il nostro intendimento – ha sottolineato il Ministro – è applicare la riforma dal 2009, senza disperdere ciò che è stato fatto prima”. Queste le parole della Gelmini ed è da un bel po’ che le ripete, almeno dall’estate scorsa.

Vari organi di stampa hanno, quindi, riproposto le linee guida della riforma Moratti, rapportandole alla decisione già presa da parte del ministro di ridurre il monte ore delle scuole superiori, portando i licei e gli istituti tecnici ad un orario settimanale di 30 ore e gli istituti professionali – dove attualmente si arriva anche alle 40 ore – ad un massimo di 32.”.
Inutile nascondere che ciò che anima in particolar modo lo spirito riformista della signorina Gelmini sia la necessità di ridurre i costi. Meno ore, meno materie di insegnamento, minor numero di docenti. È solo questione di conti e alle casse dello Stato, di questi tempi, i conti devono tornare … a tutti i costi. Dall’altra parte, invece, i docenti saranno superimpegnati visto che si parla di aumentare il numero di ore settimanali di docenza: da 18 a … ancora non si sa. Speriamo che gli stipendi si adeguino, almeno, considerando che per un docente avere più ore di lezione, e conseguentemente più classi, significa avere più compiti da correggere, più lezioni da preparare, più consigli di classe cui partecipare … insomma, un bel po’ di lavoro aggiuntivo. Sempre che la gente creda che per un insegnante il lavoro non finisce al suono della campanella.

Ma veniamo ai licei e alla materia che mi riguarda più da vicino: il latino allo scientifico. Ne ho già parlato in due post precedenti (qui e qui) sulla scia di una paventata scomparsa dell’insegnamento della lingua dei Romani a favore di una lingua straniera. Pare che la proposta sia stata un po’ ridimensionata: si prospetta la possibilità di rendere lo studio del latino opzionale ed eventualmente aumentare il numero delle ore d’inglese. Nulla da ridire sul fatto che gli allievi possano scegliere Shakespeare o Mallarmé al posto di Seneca. Tuttavia mi chiedo: se il latino non è la materia più amata dagli studenti del liceo scientifico, perché mai la dovrebbero scegliere? Lo spettro del latino è passato di generazione in generazione: possiamo credere che davvero i ragazzi lo preferirebbero ad una seconda lingua straniera o ad un ampliamento del monte ore d’inglese? Io credo di no.
Inoltre bisogna sottolineare che, in ogni caso, quando pure il latino dovesse rimanere materia di studio nei licei scientifici, l’orario sarebbe notevolmente ridotto: 3 ore tutti gli anni contro le attuali 4 in prima, 5 in seconda e 4 in terza, mentre negli ultimi due anni sono anche adesso 3. La riduzione comporterebbe, comunque, inevitabilmente un aumento del numero di classi per docente e, credetemi, correggere i compiti di latino e italiano comporta un notevole dispendio di energie.

Insomma, questa benedetta Gelmini che ho difeso a spada tratta nel periodo del grande caos studentesco, rischia di diventare la mia nemica numero uno. Mi conforta sapere che in parlamento ho almeno un senatore dalla mia parte. Infatti Valditara che, nell’articolo del Corriere riportato nel mio post, aveva difeso lo studio del latino definendolo “palestra per la mente”, mi ha assicurato via e-mail che “comunque ai vari esperti che propongono la scomparsa del latino ho dato un preciso aurt aut”. Incredibile ma vero: gli avevo spedito un’e-mail per invitarlo a leggere il mio articolo e lui (magari non personalmente) mi ha risposto. IPSE DIXIT. Gli voglio credere e … incrocio le dita!

11.20.08

INFANZIA RUBATA: E LE STELLE STANNO A GUARDARE?

Pubblicato su attualità, lavoro minorile, legalità, sfruttamento dei minori, società tagged , , , , , , , a 8:59 pm di marisamoles

cielo-stellato Non so perché, ma quando mi è venuto in mente di scrivere questo post, ho ripensato allo sceneggiato televisivo (allora le fiction si chiamavano così) del 1971 tratto dal romanzo di Cronin: “E le stelle stanno a guardare”. Allora, bambina, lo seguii con interesse, forse un po’ spaventata dall’ambiente buio e opprimente della miniera in cui la storia per buona parte si svolgeva.
Il racconto è incentrato su più storie che coprono l’arco di una quindicina d’anni: quella di un minatore e suo figlio che cerca di diventare dottore, di un altro minatore che alla fine diviene un uomo d’affari e del figlio del padrone della miniera che entra in conflitto con il padre autoritario. Una storia, tutto sommato, che ha una fine lieta. Considerati i tempi, un messaggio di speranza.

Altrettanto non si può dire di molti bambini e ragazzi che, in tutto il mondo, vivono in modo tutt’altro che spensierato, senza futuro ma anche senza presente: la loro infanzia è rubata, costretti come sono da adulti senza scrupoli o semplicemente dalla povertà a lavorare per sopravvivere e per far guadagnare i loro sfruttatori. Come minatori, in un mondo senza luce, e quando escono dal loro rifugio di dolore, le stelle sono lì a guardare, impotenti come noi.

Quando osserviamo i nostri bambini e i nostri ragazzi, li vediamo felici, sorridenti, intenti a sperimentare la vita preparandosi al domani. Non ci rendiamo conto che la vita è molto più dura per tanti coetanei dei nostri figli. Loro non hanno la play-station, i videogiochi, il computer, lo zaino eastpack, il cellulare d’ultima generazione.
Eppure anche in Italia ci sono bambini costretti a lavorare, a rinunciare alla scuola e agli amici, per aiutare In Italia una parte della popolazione vive sotto la soglia della povertà; le risorse sociali, sempre più misere, non riescono a supportare le categorie più deboli e così la povertà si estende. I bambini considerati poveri arrivano al 17% della popolazione infantile, per svariati motivi: la disoccupazione o la sottoccupazione dei genitori, l’esistenza di famiglie numerose monoreddito, la presenza di minori in famiglie di immigrati che vivono una vita senza futuro nelle periferie e nei luoghi degradati delle grandi città, minori stranieri non accompagnati che vivono in una famiglia di appoggio di parenti o conoscenti o che non hanno affatto una famiglia … l’elenco potrebbe essere molto più lungo ma è meglio fermarsi.

Eppure oggi, 20 novembre 2008, si celebra l’anniversario della Convenzione Internazionale sui Diritti del Fanciullo, siglata dall’Assemblea Generale dell’ONU il 20 novembre 1989 ed entrata in vigore, a livello internazionale, il 2 settembre 1990, dopo la ratifica di ben 191 Stati. Attualmente gli Stati firmatari sono 193 ma, clamorosamente, manca ancora l’adesione degli USA e della Somalia. Di quest’ultima non ci stupiamo, per quanto riguarda gli States, ricordiamo che non hanno mai firmato la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, in quanto in alcuni Stati è ancora in vigore la pena di morte.

Proprio oggi, in Italia, si parla di istituire un garante per la tutela dei minori e, per una volta, pare che ci sia accordo pieno tra maggioranza e opposizione. Certo, c’è un perché: l’Italia è uno dei pochi Stati europei che non ha ancora questa figura auspicata e delineata nelle sue funzioni dalla Convenzione europea sull’esercizio dei diritti dei fanciulli, siglata a Strasburgo il 2 gennaio 1996, cui fa seguito la legge 20 marzo 2003, n. 77. La questione sta particolarmente a cuore al vicepresidente del Senato Vannino Chiti che, prendendo la parola alla celebrazione alla Camera della Giornata nazionale per i diritti dell’infanzia e degli adolescenti ha toccato anche l’argomento che, di questi tempi, è al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica: i figli degli immigrati.
Nel suo discorso Chiti ha sottolineato che ”l’investimento più giusto e più grande è quello verso i minori che sono in Italia senza essere cittadini italiani: sono i figli di immigrati. Sono qui con un permesso di soggiorno legale. Guai a pensare che questi bambini non abbiano gli stessi diritti degli altri. I diritti fondamentali, sanciti nella nostra Costituzione, sono di tutti i bambini che si trovano nel nostro Paese, senza eccezione alcuna. Comunque siano entrati in Italia, comunque siano entrati in Italia i loro genitori, i loro diritti sono gli stessi dei figli di italiani”.
Certo, questi bambini, almeno sono tutelati da una Legge che non fa distinzioni. Ma se diamo uno sguardo al mondo, vediamo che questi diritti sacrosanti e inalienabili non sono esercitati da tutti, anzi, si parla di nuove condizioni di schiavitù.

La Convenzione 138 dell’OIL (ILO, in italiano; è un’agenzia dell’ONU che si occupa del lavoro), datata 26/06/1973, stabilisce la tutela dei minori dai nuovi tipi di schiavitù. In Italia c’è la Legge 977 del 1967 a salvaguardia del lavoro minorile, in aggiunta all’adesione alle varie convenzioni internazionali e alle direttive europee. Non si può lavorare fino ai 15 anni; ci sono delle deroghe per quanto riguarda l’ambito artistico, dello sport, dello spettacolo, garantendo sempre, però, il diritto allo studio e l’obbligo scolastico. Il minore non può, comunque, lavorare per più di 6 ore al giorno, non può fare straordinari, non può essere impiegato in attività lavorative serali e solo nelle situazioni che rispettano lo sviluppo.

Tuttavia, nel resto del mondo, l’infanzia rubata è un male diffuso e pare inarrestabile. L’OIL afferma che nel mondo ci sono 2 miliardi di bambini (il 75% vive nel Sud del mondo) e di questi almeno 250 milioni (ma è una sottostima perché, essendo una pratica illegale, i dati non sono precisi), tra i 5 e i 15 anni, lavorano. Per fare un confronto, secondo l’ISTAT in Italia lavorano 145.000 bambini, ma il dato è contestato dalla CGL che parla di 300.000 unità.
Il lavoro minorile si risolve in una sorta di schiavitù, perché i bambini vengono sottopagati, costretti a lavorare anche per quattordici ore al giorno, per lo più senza ribellarsi agli aguzzini perché consapevoli che la famiglia ha bisogno anche del loro contributo. Anzi, spesso lavorano i bambini proprio perché i genitori sono disoccupati. Sembra un paradosso, ma in realtà è solo una questione di comodo: i bambini sono più adatti per certi mestieri e vengono pagati meno di un adulto.

I lavori più “gettonati” (ma aggiungerei tristemente) sono: manodopera in varie fabbriche tessili, di articoli sportivi, di fuochi d’artificio, lavori in miniera o nei campi. A queste attività lavorative si aggiunge l’impiego dei minori in attività illegali di puro sfruttamento: prostituzione, pedofilia, arruolamento in qualità di soldati, contrabbando, spaccio di droga. A ciò si aggiunge, come se non bastasse, il rapimento dei bambini o il loro acquisto da famiglie consenzienti (aggiungerei pure incoscienti) per il traffico d’organi.
Un orrore, certo, e non pensiamo che questi bimbi siano i soli sfortunati. Ci sono anche situazioni più disumane. Ad esempio, nel 1997 è stata fatta una retata a La Mecca e sono stati trovati dei bambini, costretti a chiedere l’elemosina, dopo essere stati resi storpi per impietosire di più la gente.
Oppure pensiamo che nelle Filippine ci sono i cosiddetti “bambini dalle porte chiuse”, impiegati nei lavori domestici, senza mai poter uscire. Adesso, forse, capiremo perché i filippini sono dei domestici molto quotati dalle famiglie altolocate.
Ma non basta: in Asia i minori vengono anche venduti a scopo di matrimonio, senza contare il commercio delle adozioni. In Brasile ci sono i bambini di strada (ninos de rua), così come in India, a Calcutta. Dopo la colonizzazione c’è stato un boom demografico, nelle città si sono formate le “baraccopoli” dove i piccoli sono costretti a svolgere lavori umili come la confezione di sacchetti di carta, usando materiali di scarto, e ne devono vendere almeno 50 al giorno per guadagnarsi un pasto.
Nel Golfo Persico i bambini sono usati nelle “gare di cammello”; i migliori fantini sono appunto i piccoli tra gli 8 e i 10 anni, spesso rapiti alle famiglie a questo scopo, alimentando la pratica delle scommesse illegali.
Anche nello sport i minori vengono o sfruttati o non rispettati; ad esempio alle ginnaste russe, negli anni 70, venivano somministrati dei farmaci inibitori della crescita, così mantenevano il corpo da fanciulle, più adatto alla ginnastica. Chi non ricorda la mitica Nadia Comanenci? I miei coetanei di sicuro non l’hanno dimenticata.

Che dire ancora? Forse piuttosto che ricordare questo giorno una volta l’anno, sarebbe buona cosa ricordarsi di quest’infanzia rubata ogni giorno dell’anno. Alle istituzioni un appello: meno buoni propositi per tenersi la coscienza pulita e più determinazione per far sì che i diritti siano davvero uguali per tutti.

11.16.08

“AMICI” DI MARIA O RACCOMANDATI DAGLI INSEGNANTI?

Pubblicato su Amici, Maria De Filippi, attualità, reality show, spettacolo, talenti, televisione tagged , , , , , , , , a 9:54 pm di marisamoles

amici_di_maria_de_filippiChissà perché il sabato pomeriggio, mentre tento di schiacciare il solito pisolino davanti alla TV, m’imbatto inesorabilmente in qualche programma di Maria De Filippi. Se non è “Il ballo delle debuttanti”, fortunatamente concluso anzi tempo, è “Amici”.

Ricordo la prima edizione: il titolo, secondo me più appropriato, era “Saranno Famosi”, ed era veramente una fucina di talenti, ragazzi normali che sapevano a mala pena canticchiare, ballicchiare e recitacchiare. Non l’ho visto tutto, ammetto, anche perché non è il mio genere di trasmissione, ma mi sono appassionata verso la fine quando ho scoperto che uno dei partecipanti era un mio concittadino. Dennis Fantina vinse e ne fui felice, anche se non l’ho granché apprezzato come cantante. Nemmeno ora, che qualche migliaio di CD è riuscito a vendere, può essere definito uno dei miei cantanti preferiti. Allora per lo meno apprezzai questo tipo di video – scuola in cui si poteva realmente vedere crescere dei “piccoli” artisti. Negli anni, di qualcuno si è continuato a sentir parlare, su altri è calato il silenzio, ma visto che hanno tutti potuto godere di un momento di celebrità, si può dire che l’obiettivo primario l’hanno raggiunto. Se poi aggiungiamo il fatto che hanno perfezionato ciascuno la propria “arte”,anche se la trasmissione in sé poteva sembrare alquanto costruita su cliché visti e stravisti, l’intento poteva essere comunque lodevole.
Non so come sia successo, ma ad un certo punto, con il procedere delle edizioni, la trasmissione si è trasformata in una specie di arena in cui la dote primaria pare essere diventata l’urlare più forte. Certo ci sono sempre i cantanti, gli attori e i ballerini, tutti accomunati, però, al di là della propria specialità, dall’arroganza, dalla presunzione, dalla saccenteria, dalla maleducazione …. Dall’altra parte, insegnanti che litigano fra loro, che si contendono i “banchi”, che s’insultano, sporgono denunce … E hanno il coraggio di chiamarla scuola? Io che ci vivo, in una scuola vera, m’immagino cosa potrebbe succedere se davvero noi insegnanti ci comportassimo così di fronte agli allievi e se permettessimo loro di rivolgersi in modo così arrogante e maleducato, o soltanto se ci lasciassimo guardare con quell’aria di superiorità e tollerassimo che ragazzi diciottenni o ventenni, che potrebbero essere nostri figli, ci diano del “tu”. Inconcepibile.

La cosa che mi ha più colpito nelle ultime edizioni, anche se non seguo le puntate e più che altro ne sento parlare, è la serietà e la franchezza con cui esprime le sue opinioni Alessandra Celentano. Lei è davvero l’insegnante più vicina al modello reale, quella che, anche a costo di deludere le aspettative dell’allieva, le dice in faccia quello che pensa. Ballerine, lo so, si nasce ed è poco probabile che lo si diventi. Lo so perché ho studiato danza classica da ragazzina e avevo un’insegnante ancora più crudele della Celentano. Bisogna capire, innanzitutto, che non si può prescindere dal fisico. È come se si dicesse ad uno stonato come una campana che può diventare un novello Frank Sinatra. Se la voce c’è, si può imparare la tecnica, perfezionarsi e diventare cantanti, altrimenti no.

A prescindere dal fatto che chiamare “scuola” quella di “Amici” è un eufemismo, tuttavia si presume che, visti i provini e le rigorose selezioni, vi accedano quei ragazzi che realmente hanno le doti e, quindi, qualche speranza di migliorare magari arrivando fino alla fine del programma. Personalmente, però, sentendo le esibizioni degli allievi e osservando i balletti, ho notato che arrivano sempre più bravi e preparati, come se studiassero anni prima di presentarsi alle selezioni. Insomma, quella che manca, secondo me, è la spontaneità, l’ingenuità e anche l’impreparazione dei ragazzi delle prime edizioni. Ed era proprio quella la condizione che rendeva il programma interessante.
Sabato pomeriggio ho sentito una ragazza (non ricordo il nome e da ciò si evince che la trasmissione proprio non la seguo)cantare “Se telefonando”. Un brano non proprio semplice, come ha ammesso lo stesso Vessicchio, che a me è sembrato cantato più che bene, tanto che, ricordando l’interpretazione di Mina, mi sono venuti pure i brividi. Eppure, la poveretta è stata stroncata dal maestro Palma che ha contato ben diciotto errori! Figuriamoci se l’interpretazione fosse stata perfetta. Magari sono io che non so giudicare. Mah.

Rimanendo sulla puntata di sabato pomeriggio, c’è stata pure un’espulsione, quella di Arturo. Pare, anzi è sicuro perché lui stesso ha ammesso la colpa, che ancor prima di aver notizia dell’ammissione alla scuola e, presumibilmente, senza essene certo, avesse fatto delle esibizioni canore sfruttando, durante lo spettacolo, il logo di “Amici”. Non entro nel merito della questione, tuttavia ritengo che, nonostante la faccia seria, contrita, quasi basita della commissione, tutti gli insegnanti fossero consapevoli che quell’Arturo potesse avere la certezza di entrare nella scuola, anche prima che l’ammissione fosse ufficiale. Perché? Ve lo spiego subito.

Qualche giorno fa ho incontrato un mio ex allievo. Ricordo che, appassionato dell’arte canora, attendeva con ansia i diciotto anni per presentarsi alle selezioni di “Amici”. Nonostante, come s’è capito, io non sia una fan del programma, non espressi parere negativo e lo incoraggia a rincorrere il suo sogno. Bisogna considerare, infatti, che le aspirazioni personali non devono essere stroncate e che anche un provino per partecipare ad una trasmissione televisiva può servire da stimolo, specie per le persone con un’autostima non proprio alta.
Poi, con il passare del tempo, pensai che, acquisita una maggiore maturità, il ragazzo avesse accantonato quel proposito. E invece no. Infatti, mi ha detto di aver fatto i provini la scorsa estate. Una delusione, e non soltanto perché non era stato preso. Mi ha raccontato che i provini durano trenta secondi, al massimo un minuto. Un tempo decisamente esiguo per poter dimostrare le proprie capacità. I cantanti, ad esempio, vengono provinati a gruppi di sei, accomunati dalla scelta della stessa canzone, ciascuno tiene in mano il microfono qualche secondo e poi lo passa al vicino. Per i ballerini idem: entrano a gruppi di otto, quattro avanti e quattro dietro e dopo pochi secondi si scambiano la posizione. Alla fine vengono scelti due o tre che vanno avanti. Gli altri a casa.
Il mio allievo, poveretto, è tornato a casa. Prima di ripartire, però, ha incontrato una sua amica che aspettava di entrare. Lui, già esperto, le ha raccontato com’era andato il suo provino, come per dirle “non farti tante illusioni”. Lei, però, sembrava non essere particolarmente preoccupata.
Qualche tempo dopo, incontra il padre della sua amica e gli chiede l’esito del provino. L’uomo, seccato, riferisce che la figlia non era stata presa, eppure aveva pagato un bel po’ di soldi. Peccato, però, che nello stesso gruppo in cui si trovava la ragazza, qualcuno avesse pagato più di lui. E poi c’erano tutti i “protetti” degli insegnanti, gente che faceva gli stages con loro, pupilli che se non proprio per le doti, almeno per le quote elargite, avevano dei diritti in più rispetto ai comuni mortali come il mio ex allievo.

Mentre il ragazzo mi parlava, ho pensato ad un episodio che avrebbe dovuto farmi capire come stanno realmente le cose. Qualche tempo fa, sempre nella puntata di sabato pomeriggio, avevo assistito ad una diatriba tra l’insegnante di danza hip-pop, Maura, e una ragazza che rischiava di perdere il “banco” di classica: questa rinfacciava alla prof di privilegiare l’altro allievo in quanto lo conosceva da tempo, erano vicini di casa e aveva frequentato dei corsi con lei. Lì per lì non ci avevo fatto caso, anzi avevo cambiato canale perché ero proprio disgustata dall’atteggiamento di entrambe.
Ora capisco. Prima di tutto perché i ragazzi sono sempre più bravi e preparati, poi l’astio che gli insegnanti sembrano provare gli uni nei confronti degli altri, infine perché c’è gente così brava in giro e non riesce a superare i provini nonostante li tenti ogni anno.

Allora, prima di spendere soldi per il viaggio, perdere un sacco di tempo, studiare tanto per prepararsi …. consiglio ai ragazzi di coltivare le loro passioni senza sogni di gloria. Se succede anche nelle scuole private che agli allievi vengano consegnate le risposte dei test d’esame, non meravigliamoci se ad “Amici” entrino solo i raccomandati dagli insegnanti. C’est la vie!

11.13.08

NON-PIÙ-STRANIERI: I NUOVI CITTADINI ITALIANI.

Pubblicato su attualità, integrazione culturale, società tagged , , , , , , , , a 8:22 pm di marisamoles

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Stamattina il Presidente della Repubblica Napolitano ha ricevuto al Quirinale alcuni nuovi cittadini italiani. Stranieri non-più-stranieri, ora italiani come noi. Ma davvero si può diventare cittadini di un altro Paese perdendo la propria identità, rinunciando alla cultura, alla lingua, al modus vivendi che fin dalla nascita hanno caratterizzato un’esistenza?
Napolitano, accogliendo con garbo e gentilezza questi nuovi “italiani”, si è espresso in questi termini: “Debbono cadere antichi pregiudizi; solo così potranno avere successo le politiche sull’integrazione degli immigrati”. Nulla da eccepire, sul senso delle parole. Colgo pure le buone, anzi buonissime intenzioni del Presidente; tuttavia, mi chiedo: che cosa significa “integrazione”? Non nel senso letterale, chiaramente, ma in quello traslato. Per noi, italiani doc, accogliere “lo straniero” significa farlo sentire a casa propria, cercando di abbattere quelle che sono le diversità, perché ci sono, inutile negarlo, condividendo con lui lo spazio, perché riconosciamo nello spazio la nostra dimensione umana, costruendo con lui un percorso di “civilizzazione”, nel senso originale del termine, quello, cioè, relativo alla costituzione dell’identità di “cittadino” (civis, in latino, significa questo, appunto.
Tutto questo, senza mai chiederci “che cosa vuole lo straniero”, quali sono le sue reali aspirazioni. Può darsi che non ne abbia, può darsi che lui voglia soltanto adattarsi, cercare di convivere con persone che comunque sentirà sempre diverse, perché noi lo siamo per lui e lui lo è per noi, lavorando onestamente, anche se sa, lo straniero, che la maggior parte degli italiani si chiede cosa faccia qua, perché porti via il lavoro agli autoctoni.

Parole dure, certamente, ma vere. E non vorrei essere fraintesa perché io sono una di quelle persone che vuole l’integrazione, vuole essere accogliente, desidera convivere arricchendo il proprio patrimonio culturale attraverso lo scambio. Purtroppo, però, so che ciò non è possibile. So che l’atteggiamento diffidente, che spesso leggiamo in molti italiani nei confronti degli extracomunitari e non, è l’atteggiamento che prima di tutto dobbiamo leggere in loro. È una cruda realtà, è una pura e semplice questione di identità. Non sono io ad affermarlo; lo fanno, da tempo, molti antropologi. Partendo dall’affermazione che “integrazione” è la parola sbagliata.

Prima di tutto dobbiamo stabilire cosa significhino le parole “identità” e “alterità”.
Tre anni fa ho assistito ad una conferenza tenuta nel mio liceo dal prof. G.P. Gri, docente di Antropologia Culturale” presso l’università di Udine.
Punto di partenza, secondo Gri, è la definizione di Identità e Alterità su due livelli:

1. gli altri più lontani: noi ci sentiamo distanti da alcune culture e definiamo il senso di appartenenza alla nostra cultura sul confine che sentiamo tra noi e loro. Questa alterità determina una gamma di sentimenti che si possono provare: curiosità (ad es. quella degli antropologi), indifferenza (anche se c’è la convivenza, non c’è contatto con gli altri, quindi c’è indifferenza), fastidio (è l’atteggiamento di ripulsa tipico della xenofobia e del razzismo; la constatazione della diversità approfondisce ancor più la distanza).
2. gli altri più vicini a noi: se gli altri sono ancora più vicini a noi, perché parlano la stessa lingua, hanno valori comuni, le stesse usanze e gusti uguali, si parla di SENSO DI APPARTENENZA, ovvero di IDENTITÀ COLLETTIVA.

A questo punto, se riusciamo a superare le barriere descritte al punto 1, possiamo parlare di Integrazione? Dal nostro punto di vista sì, ma non è detto che questa convinzione sia reciproca.
E poi, per “integrazione” che cosa intendiamo veramente se non la presunzione che lo straniero si adatti al nostro stile di vita? E possiamo chiederglielo senza riconoscere che gli stiamo domandando di rinunciare alla propria identità? Evidentemente no. Al di là di quelli che sono i paletti universalmente riconosciuti nell’ambito della convivenza civile (il rispetto delle leggi, primo fra tutti), non possiamo chiedere nulla allo straniero. Non possiamo certamente pretendere che rinunci alla sua lingua, alla sua religione, alla sua “cultura”. Anzi, gli imponiamo di imparare la nostra lingua e, ai più giovani, di studiare la nostra storia, tutta concentrata sul mondo occidentale, così estranea alla maggior parte degli extracomunitari.
In definitiva, dovremmo chiedere loro la rinuncia all’identità, escludendo, però, gli stranieri, anche se nuovi cittadini italiani, da quell’ “identità collettiva”, quel “senso di appartenenza” che non possiamo concedere loro. Questa sarebbe integrazione, ma in concreto non è possibile.

Ora, non vorrei sembrare dura o addirittura xenofoba … anzi, a scuola per anni ho collaborato al progetto di Ed. Interculturale. Ma proprio per questo osservo la realtà con occhi disincantati. Belle parole, nobili intenti, niente più. Tuttavia, non sono la sola a pensarla in questi termini. Cedo volentieri la “parola” ad un famoso romanziere tedesco, Hans Magnus Enzensberger, noto ai più per il best – seller  “Il mago dei numeri”, ma anche autore di un prestigioso saggio intitolato La grande migrazione, uscito in Germania nel 1992 e tradotto in italiano da Einaudi l’anno successivo.
Nel V capitolo Enzensberger scrive:

Ogni migrazione provoca conflitti, indipendentemente dalle cause che l’hanno determinata, dagli scopi che si prefigge, dal fatto che sia spontanea o coatta, dalle dimensioni che assume. L’egoismo del gruppo e la xenofobia sono costanti antropologiche che precedono ogni motivazione. Il fatto che siano universalmente diffuse dimostra inequivocabilmente che sono più antiche di ogni forma di società conosciuta.
Per porre loro un argine, per evitare continui spargimenti di sangue, per rendere possibile un minimo di scambi e di relazioni fra clan, tribù, etnie, le società antiche hanno inventato i tabù e i rituali dell’ospitalità. Queste misure tuttavia non annullano lo status dello straniero. Anzi, lo circoscrivono entro rigidi limiti. L’ospite è sacro, ma non può rimanere.

A questo punto, cito nuovamente il professor Gri. A proposito della “diversità culturale”, afferma:

Non si deve credere che il mondo stia diventando omogeneo; c’è la spinta verso la conservazione e l’imposizione di una cultura ma ogni volta che si cerca di fare ciò, si creano lingue nuove e modelli nuovi.
Gli antropologi ritengono che si stia creando una forma di diversità culturale sempre più articolata, ma negano che si stia verificando un’omogeneizzazione, perché non è possibile avere un modelllo unico.
La diversità non è eliminabile e con essa bisogna convivere
.
[…]
Ognuno di noi ha un luogo d’origine, la parentela, la storia degli avi, la situazione economica … quindi siamo diversi. Si devono vedere i modi in cui si è diversi e per giudicare le diversità si usano degli stereotipi. Ad esempio, gli alieni sono il risultato di una mostrificazione dell’uomo perché si parte dal modello che si ha. I Greci chiamavano barbaroi quelli che non sapevano parlare il greco, ma in effetti il termine significa “balbuziente” e rimanda al concetto di incomprensibilità. Quindi bisogna venire in contatto con la diversità, conoscerla e trovare degli strumenti di comunicazione. Si è spesso usato il modello gerarchico (inferiorità nei sistemi di dominanza) che ha portato alla persecuzione degli ebrei, alla schiavizzazione, seguendo il concetto che se un essere è inferiore, o è considerato tale, si può anche buttare.
L’alternativa è vivere la diversità fondandola su un sistema di valori che ha come principio l’eguaglianza di tutti gli esseri umani
.”.

È su questo principio d’uguaglianza che bisogna lavorare. Caro Presidente, grazie per le Sue buone intenzioni, ma la strada dell’integrazione non è antropologicamente percorribile. Solo quando quelli che Lei giustamente chiama “pregiudizi” (mi permetto di aggiungere, da ambo le parti) saranno abbattuti, si potrà cominciare a parlare di uguaglianza, prima ancora che di integrazione.
Concludo “rubando” una bella citazione del professor Gri:
“È vero che dobbiamo avere delle radici, ma non siamo alberi: abbiamo le gambe e siamo fatti per camminare.”

11.07.08

W OBAMA: BELLO, GIOVANE E …

Pubblicato su Barack Obama, attualità, elezioni americane, presidente USA, società tagged , , , , a 9:15 pm di marisamoles

berlusconi e obamaLa stampa di mezzo mondo si sta occupando da ieri della gaffe di Berlusconi su Obama. Eppure ci sarebbero tanti altri fatti di cui occuparsi con tanto zelo. Pazienza, ancora una volta la stampa e l’opinione pubblica hanno contribuito ad innalzare, se possibile, il già elevatissimo narcisismo del nostro Premier. Ora ha un motivo in più per bearsi nel suo innato egocentrismo … e dire che tutti quelli che non lo sopportano non si rendono conto che così facendo si continua a parlare di lui. Pare che la stessa elezione di Barack Obama sia passata in secondo piano.
Per curiosità ho fatto un giro, on – line, sui siti dei quotidiani italiani ed esteri, leggiucchiando qua e là i commenti all’infausto show in cui il  Silvio nazionale si è esibito nella lontana Russia. Con gran delusione ne ho dedotto che letto un articolo, li hai letti tutti. Non solo nell’ambito della stampa italiana, ma anche in quella straniera. In pratica si trovano svariate traduzioni del pezzo riportato sul Corriere della Sera: evidentemente all’estero il Corriere è per antonomasia “il Giornale”.

Fatta questa premessa, non starò a ripetere quello che è già stato detto, scritto, commentato, specie dall’opposizione che non aspettava altro che un’altra occasione per scagliarsi contro al nostro Premier, accantonata, almeno per un po’, la questione del decreto Gelmini.
Mi soffermo, perciò, su alcuni commenti letti sul sito del Times. Leggo con meraviglia che i più agitati sono gli italiani: quasi tutti si scusano, si vergognano di appartenere al popolo italiano, ritengono che le parole di Berlusconi rappresentino un’offesa per tutta la popolazione … insomma, tanti “sorry” a fronte di un più distaccato e neutro atteggiamento di molti stranieri. E questo la dice lunga sul famoso “gatto che si morde la coda”.
Tra tanti commenti ne ho scelto alcuni che vogliono, a volte in modo sagace, sdrammatizzare la situazione.

Nathan da Oxford scrive: “Ragazzi, avete bisogno di darvi una calmata! Dire a qualcuno che è abbronzato, non significa che sia razzista, come potrebbe esserlo? La gente sta semplicemente tentando di far passare una battuta per razzismo solo perché di questi tempi è la faccenda più popolare contro cui scagliarsi.”

Sempre da Oxford Jen afferma: “Dubito che qualcuno in America possa considerare la battuta offensiva. Obama stesso, probabilmente, l’ha trovata un po’ divertente. Non credo fosse un commento razzista: i neri e i mulatti generalmente passano sopra cose di questo tipo. Sono i bianchi che di solito vanno nel panico e considerano cose del genere oltraggiose, a loro vantaggio.”

E ancora, Laura da Londra: “Dovete essere felici di chiamare Obama ‘nero’, dimenticando che al 50% è bianco, quindi, secondo la logica, dovreste essere felici di chiamarlo ‘abbronzato’ dimenticando che al 50% è nero. Ma i due punti di vista sono entrambi errati: Obama non è nero ma è di razza mista, quindi, visto che dire ‘abbronzato’ equivale a dire ‘nero’, il concetto di fondo è errato.”

Evidentemente abituata alle gaffe del Premier, ancora da Oxford Sonia saggiamente osserva: “È vero che Berlusconi è famoso per i commenti fuori luogo. Comunque la gente non dovrebbe reagire in questo modo di fronte a certe cose. Nel mondo accadono fatti ben più terribili e preoccupanti. Gente, politici e stampa dovreste rivolgere la vostra attenzione su quelli! Io sono ancora orgogliosa di essere italiana!”

Infine, C.Sette da Londra fa notare che “Chiunque parli italiano dovrebbe capire che dire ‘giovane, bello e abbronzato’ equivale a dire ‘alto, scuro e carino’ … ce ne vuole per arrivare ad un commento razzista.”

Insomma, non mi pare che tutti se la siano presa a male. A parte l’elucubrazione mentale di Laura sull’essere neri o bianchi al 50 % (ho avuto delle difficoltà anche a tradurre il commento … più andavo avanti e meno capivo!), credo che persone ragionevoli possano ritenere che, al di là della sconvenienza di tale affermazione, Berlusconi volesse risultare spiritoso … Eppure, viste le infelici battute fatte in diverse situazioni, avrebbe già dovuto capire che non fa ridere nessuno. L’unico effetto che sortisce ogni volta è l’indignazione di tutta l’opposizione. Anche loro, però, potrebbero rivolgere l’attenzione altrove!
Battute a parte, sono felice per Obama e per tutto il popolo americano, bianchi, neri, meticci … insomma, di fronte al primo presidente degli States con il colorito un po’ scuro bisognerebbe inchinarsi e ringraziare Dio che, finalmente, i milioni di africani che hanno subito per secoli ogni sorta di sopruso possano avere il giusto e dovuto riscatto morale.

Se proprio vogliamo parlare di battute, a me pare molto più infelice quella di Gasparri: “Al Quaeda felice con Obama”. Purtroppo questa non era una spiritosaggine … ah, se l’avesse pronunciata Berlusconi, chissà cosa sarebbe successo. La terza guerra mondiale?