11.23.09

A DIETA CON ALLEGRIA

Pubblicato su dieta, salute tagged , , , , , , , , , , a 4:45 pm di marisamoles

Alzi la mano chi, almeno una volta nella vita, non si è messo a dieta! Credo che la linea sia un po’ la fissazione di tutti. Forse ne sono un po’ più sensibili le donne che gli uomini, ma i chili di troppo, confessiamolo, non fanno piacere a nessuno. Ovviamente sto parlando di quelle persone che non si piacciono se in sovrappeso. Ciò non esclude che ce ne siano molte che convivono benissimo con un po’ di ciccia e se la portano appresso con gran disinvoltura. Tuttavia, non si possono ignorare i rischi per la salute che il sovrappeso e l’obesità comportano. Quindi, avessi un serio problema di peso, e non solo la maniacale voglia di perfezione che si scatena ogni qualvolta si vedono donne magre e belle che dichiarano di non rinunciare alla buona tavola –ma chi ci crede?- sentirei la dieta come un’esigenza e avrei ben pochi motivi per stare allegra.

Ma poi, “dieta” che vuol dire? Etimologicamente parlando, deriva dal latino e significa semplicemente “regime di vita”. Ma il vocabolo è usato quasi esclusivamente per indicare un “regime alimentare controllato”, mentre, a rigore, dovrebbe rimandare alla scelta oculata di un corretto ed equilibrato regime alimentare.
Quante volte in un anno si decide di mettersi a dieta? Tantissime, pare. E tutte le volte si pensa che per smaltire i chili si debba soffrire, fare sacrifici enormi, tali da rendere la vita anche un po’ più triste. E già, perché se si è a dieta, basta uscire con un’amica per bere un caffè, rigorosamente senza zucchero, per diventare tristi vedendo quanta gente si strafoga di cioccolata densa con panna e fette di torta. Ma la tristezza deriva solo dal confronto con gli altri? Pare di no.
Sul Corriere online oggi è stata pubblicata una videointervista ad Andrea Ghiselli, nutrizionista dell’INRAN (Istituto Nazionale Ricerca Alimenti e Nutrizione) di Roma. L’intervistatore, Luigi Ripamonti, chiede al dott. Ghiselli cosa provochi tanta tristezza nelle persone a dieta. La risposta è che spesso la dieta viene vista come punitiva e soprattutto non ci si affida a degli specialisti, come andrebbe fatto, che sanno consigliare un regime alimentare controllato ma senza troppe rinunce.

I punti focali, riguardo alla tristezza provocata dalla dieta sono:
1. la dieta “fai da te” rischia di essere monotona e povera
2. uno dei maggior ostacoli al successo è l’abbandono per scoraggiamento
3. la dieta non deve essere una punizione ma uno stile di vita
4. la varietà della dieta e la personalizzazione sono gli antidoti alla tristezza alimentare

Ma a qualsiasi dieta si deve abbinare un po’ di esercizio fisico che, come sottolinea l’intervistatore, producendo endorfine provoca allegria. Questo in teoria, perché in pratica a me l’esercizio fisico, specie se fatto in palestra, produce un’infinita stanchezza e una fame esagerata, tanto vale mangiare di meno, accontentarsi dell’umore medio –né euforico né triste- e fare a meno della palestra. Ovviamente sto parlando di me, perché so perfettamente che ad alcuni la palestra piace, mentre io quando ci entro, sono assalita immediatamente dall’istinto alla fuga. Tuttavia, ricordiamo che “attività fisica” non significa solo palestra: una passeggiata di mezzora al giorno a passo veloce fa ugualmente bene e rende, almeno a parer mio, meno tristi.

Quindi, in vista delle festività natalizie, conviene mettersi a dieta subito. Rimandando a gennaio ogni proposito di ridurre le calorie giornaliere, più che dalla tristezza saremmo assaliti dalla rabbia per non averci pensato prima. Va be’ che in quel caso avremmo passato in santa pace le feste, senza pensare che il sacrificio di metter giù un paio di chili prima avrebbe imposto una dieta meno rigida poi. Insomma, in ogni caso motivi per essere tristi ce ne sarebbero abbastanza. Per me la dieta e l’allegria sono incompatibili: ma avete mai visto quanto sono tristi le modelle scheletriche che sfilano nelle passerelle dell’alta moda? Meglio un bel sorriso su una faccia un po’ paffuta. O no?

[per vedere la videointervista clicca QUI]

11.22.09

PARIDE: BELLO E IMPOSSIBILE

Pubblicato su Pagine d'Epica tagged , , , , , , , , , , a 10:22 pm di marisamoles

Paride, uno dei cento figli di Priamo, re di Troia, è passato alla storia per la sua bellezza e la sua impresa ardita: il rapimento di Elena che tanti lutti ha portato ai Troiani in una guerra decennale conclusasi con la distruzione della città di Priamo. “Bello qual dio”, di lui si dice. Conosciuto con il nome di Paride ma citato nell’Iliade omerica quasi esclusivamente con l’altro nome: Alessandro, che letteralmente significa “difensore degli uomini”. Quali uomini abbia difeso e in che modo, lo scopriremo più avanti. Per ora c’interessa la sua storia, quella di un ragazzo spensierato, ignaro di essere un principe. Infatti la madre era una tipa un po’ superstiziosa, come si addice alle vere donne mediterranee, ed il padre doveva essere troppo impegnato a fare il re e troppo prolifico per accorgersi della sua mancanza (uno più, uno meno). Sta di fatto che la madre Ecuba lo abbandona in fasce spaventata da un terribile sogno premonitore. In effetti, con il senno di poi, chi non avrebbe dato retta al sogno che preannunciava la distruzione di Troia? Paride, comunque, si salva e diviene, destino comune a tutti i pargoli regali abbandonati, un pastore.

La sua è una vita tranquilla, forse non troppo appagante, ma neanche troppo noiosa, visto che ha anche un flirt con una certa Enone, una ninfa del monte Ida, sua vicina di casa. Ad ogni modo, quando, come tutti sanno, al cospetto del pastorello si presenta niente meno che Afrodite la quale, in cambio della famosa mela d’oro, gli offre Elena, non c’è niente da fare: Paride non ci pensa su un istante e, piantata in “asso” la povera Enone, se ne corre a Sparta per rapire la donna promessagli dalla dea dell’amore. Che poi la fanciulla fosse sposata con un certo Menelao, per giunta re, non è cosa che al principe-pastore interessi più di tanto.
Il suo comportamento è quanto di più disdicevole si possa immaginare in un mondo, quello greco arcaico, in cui certe scorrettezze erano considerate non solo sconvenienti, ma addirittura sacrileghe. Infatti Paride prima si fa ospitare dal marito di lei e poi gli rapisce la moglie, violando un vincolo, quello dell’ospitalità, che era considerato sacro a quei tempi.

I fatti successivi sono noti: Menelao convince gli altri re greci a partire per Troia che viene cinta d’assedio per dieci lunghi anni. Ma Paride, una volta tornato nella città natale e rivendicato il suo posto a corte, che fa? Finché si trattava di fare il pastore, si era dimostrato coraggioso nel difendere il gregge e i suoi compagni pastori dai lupi, tanto che venne chiamato Alessandro, che significa, come già anticipato, “difensore degli uomini”, ed è con questo appellativo che lo troviamo a combattere a Troia. Ma in guerra tutto ‘sto coraggio non lo dimostra. La faccenda per lui diventa troppo seria e poco dopo il suo arrivo in città con la sua bella preda, Elena, probabilmente si rode il fegato perché non riesce nemmeno a godere della sua compagnia.
L’atteggiamento vile dimostrato da Paride nell’imbracciare le armi era motivo di grande disonore per il suo popolo. In effetti il poveretto incarna la negazione dell’ideale greco del kalòs kai agathòs (bello e buono). Per i Greci, infatti, virtù e bellezza erano doti complementari e Paride rappresenta, quindi, l’eccezione alla regola.

Anche Elena, probabilmente ben presto pentita di averlo seguito fin sui lidi della Troade, non doveva nutrire per lui una grande stima. La poveretta, infatti, si era ridotta un po’ maluccio e doveva rimpiangere la vita di corte che a Sparta aveva condotto prima di seguire colui che Afrodite stessa le aveva destinato come amante. Elena ebbe illustri natali: era, infatti, figlia di Zeus e di Leda, sorella di Castore e Polluce, di Clitennestra (moglie di Agamennone ed uxoricida) e di Filanoe (moglie di Glauco). Una stirpe di vip, insomma. Le disgrazie di questa bellissima donna non iniziano ad Ilio, perché quando era ancora una fanciullina fu rapita da Teseo. Questi era una via di mezzo tra un play-boy ed un pedofilo, visto che aveva già sedotto e abbandonato, in Nasso, la povera Arianna, quella del filo. Un vero mascalzone, insomma. Una volta liberata dai fratelli, Elena viene data in sposa a Menelao, da tutti noto come il più grande cornuto della storia greca. Le vicende successive sono conosciute e non mi pare il caso di perderci altro tempo.
Del legittimo marito le fonti narrano lo spirito di vendetta e la forza nelle armi; poco si sa del suo aspetto fisico ma se Elena gli preferisce Paride ce lo possiamo immaginare. D’altra parte, del sacrilego rapitore conosciamo un epiteto che ricorre con ossessionante frequenza nei versi in cui compare: “bello qual dio”. E questo dice tutto.

Sarà bello come un dio, ma il nostro Paride-Alessandro di coraggio ne ha ben poco. Lo troviamo, infatti, nel libro III dell’Iliade, pronto – si fa per dire- a sfidare il suo rivale sul campo di battaglia. I due eserciti sono schierati l’uno di fronte all’altro:

Quando furon vicini, avanzando gli uni sugli altri,
tra i Teucri innanzi muoveva Alessandro, bello qual dio,
con una pelle di pardo sulle spalle, l’arco ricurvo
e la spada; agitando due lance con punta di bronzo
voleva degli Argivi sfidare tutti i migliori
e scontrarsi in duello con lui nell’orrenda battaglia
. (Iliade, III, vv. 15-20)

Fin qui ci sembra di essere di fronte ad un eroe pronto a tutto; da parte sua, Menelao gioiva nel vedere davanti ai suoi occhi / Paride, bello qual dio; e sperò far vendetta al reo./ Subito egli dal carro a terra saltò con le armi. (Ibidem, vv.27-29)
L’aspetto del re greco doveva essere tutt’altro che incoraggiante, visto che Paride non appena intuisce le intenzioni poco confortanti, si comporta da vero eroe:
Come dunque lo vide Alessandro bello qual dio
in prima fila apparire, sentì un gran colpo nel cuore
e tra le schiere dei suoi si ritrasse, fuggendo la morte
(Ibidem, vv.30-32)
Vale a dire, girò i tacchi e andò a nascondersi dietro agli scudi e alle corazze dei suoi compagni. Una gran bella figura, insomma.

A questo punto interviene Ettore, il vero eroe in campo troiano, nonché fratello di Paride, uno degli innumerevoli figli di Priamo, il quale lo assale con parole oltraggiose:

Paride tristo, bello di viso, che impazzi a sedurre
le donne, oh non fossi mai nato e celibe fossi morto:
questo preferirei e sarebbe più vantaggioso
d’essere invece così la vergogna e l’odio degli altri.
Certo sghignazzano i Danai chiamati, che avevano creduto
che fossi un valente campione, visto che sei così bello
nell’aspetto, ma in cuore non hai né valore né forza
. (III, vv.38-45)

Insomma, ormai lo sapevano tutti che il bell’Alessandro era una sorta di “bello senz’animo”. Diciamo pure, prendendo a prestito le parole con cui Manzoni presenta don Abbondio, che non era nato, insomma, con un cuor di leone . Diciamo anche che a buon diritto Ettore s’infuria: gli rimprovera, tra le altre cose, di essersi scelto, per rapirla, non solo la donna più bella del mondo, ma anche parente di arditi guerrieri. Proprio uno sciagurato!
E gli insulti non si fermano: Ettore continua impietoso, affermando che solo attraverso il confronto con Menelao si potrebbe rendere conto di qual uomo si tiene la moglie. E allora:
La cetra e di Afrodite i doni non ti gioveranno,
la chioma e la bellezza, se vinto cadrai nella polvere
(III, vv.54-55)
A questo punto al bell’ “eroe” non resta che cedere e proporre, poco convinto, di affrontare da solo in duello Menelao. Il vincitore potrà, dunque, a buon diritto tenersi la bella Elena.

La notizia del duello si diffonde subito e il pubblico si riunisce velocemente sulla rocca di Ilio. Ai poveri Troiani non pare vero di poter, in breve, uscire da quell’incubo. Personalmente credo che a nessuno importasse che il bel Paride salvasse la pelle, nemmeno ad Elena che già si era pentita di essersi lasciata sedurre dal suo fascino e, diciamo la verità, si sentiva un po’ in colpa per aver provocato tutto quel putiferio. La ritroviamo, Elena, sulla rocca insieme agli altri Troiani pronti a tifare per Paride, probabilmente, senza però confidare troppo nella sua vittoria (visto il tipo). La donna è avvicinata dal suocero Priamo che con molto savoir faire le manifesta il suo affetto e la solleva da ogni colpa:
Ai miei occhi tu non sei colpevole, ma gli dei;
essi suscitarono la guerra luttuosa degli Achei
. (III, vv.164-165)
In realtà il re non ha torto, vista e considerata la brillante idea di Ate (la dea della discordia) di seminar zizzania fra le colleghe con quella benedetta mela d’oro!
Le affettuose parole di Priamo, però, nascondono un secondo fine che non tarda a palesarsi: quello di conoscere dalla nuora nomi, cognomi (o meglio patronimici), qualità e difetti degli eroi greci su cui Elena, stando prima dall’altra parte, deve per forza essere informata. La donna, da parte sua, risponde volentieri alle curiosità del re, non prima, però, di essersi sfogata:
Meglio sarebbe stato che io preferissi morte terribile,
quando seguii tuo figlio lasciando il talamo e gli amici,
la figlia delicata e le amabili coetanee
. (III, vv.173-175)
In effetti, non si era comportata in modo esemplare: pazienza mettere le corna al marito, ma fuggire lasciando anche una figlia! Si tratta di Ermione, anch’ella alquanto sfortunata: infatti andò in sposa ad un tale Neottolemo, figlio di Achille, che amava profondamente nonostante fosse promessa ad Oreste. Costui, poi, uccise il rivale e si riprese la fanciulla. A quei tempi faccende come queste venivano sbrigate velocemente e senza tanti complimenti.

Tornando ai sensi di colpa della nostra Elena, in un successivo colloquio con Ettore dà di sé un giudizio ancor più severo (condivisibile, tra l’altro, da molti suoi contemporanei):

Cognato mio, di me cagna che ha tramato disgrazie funeste,
meglio sarebbe stato che nel giorno in cui la madre mi generò
una malvagia tempesta di vento mi avesse trascinata via,
sulle vette di un monte o nel mare echeggiante infinito,
e le onde mi avessero travolta prima che questi mali si compissero.
Ma poiché gli dei così hanno stabilito queste sciagure,
avrei preferito essere la sposa di un uomo più valoroso,
che conoscesse la vendetta e le innumerevoli offese degli uomini.
Costui invece non ha animo saldo, né mai lo avrà:
e io penso che un giorno ne raccoglierà i frutti
. (VI, vv.345-349)

Belle parole, non c’è che dire; in questa circostanza il vero uomo è proprio Elena che non solo ribadisce le sue colpe, assumendosi le proprie responsabilità, ma riesce ad inveire, in modo garbato, contro il suo sposo, prendendosi, almeno a parole, la sua rivincita.
Ma cos’è che porta la donna ad esprimersi in tal modo? Avevamo lasciato la rocca di Troia affollata di pubblico accorso per assistere allo spettacolo dell’anno: Paride contro Menelao, all’ultimo sangue. Elena sta sempre a fianco del re Priamo quando inizia il duello. I due eroi con le loro belle armi si posizionano uno di fronte all’altro sul campo, agitando le lance. Colpisce per primo Alessandro ma manca il bersaglio; il greco risponde, non prima di aver invocato Zeus affinché gli dia una mano contro il traditore. Fallito a sua volta il colpo, furibondo più che mai Menelao si rivolge nuovamente al padre degli dei che pare non aver colto le sue preghiere. Probabilmente in quel momento l’Olimpio era impegnato; una dea libera e a disposizione di Paride, però, c’era: la cara Afrodite che forse si era fatta un esame di coscienza – “Bel casino ho combinato!” – ed interviene pronta e veloce a salvare il suo protetto facendo finire l’incontro 0 a 0. Immaginatevi i fischi che dovevano provenire dagli spalti … pardon, dalla rocca! Non si poteva nemmeno sperare nei tempi supplementari, cosicché quello che doveva essere l’incontro, anzi lo scontro decisivo, si risolve in un nulla di fatto, riportando la situazione al punto di partenza.
La guerra, quindi, continua ma non sarà certo Paride, con il suo coraggio e le sue sole forze, a risolvere la situazione; con un colpo di fortuna – e l’aiuto di Apollo – riuscirà ad uccidere Achille, il più valoroso dei Greci. Sarà, però, ferito da Filottete, infallibile arciere, e quando si recherà, alquanto sfacciatamente, da Enone, la fanciulla sedotta e abbandonata sul monte Ida, per essere curato con una delle sue erbe mediche – la ninfa, infatti, era un’esperta in fitoterapia – lei gli negherà il suo aiuto e lo lascerà morire. Finalmente una che si comporta da vero uomo! Peccato che poi la poveretta si lasci torturare dal rimorso fino al suicidio.

Come tutti sanno, la guerra sarà vinta dai Greci grazie all’astuzia di quel gran figlio di … chiamato Odisseo, per gli amici Ulisse.
Elena, invece, che fa? Come si dice, “morto un papa se ne fa un altro” … morto Paride, la fanciulla sposa uno dei cognati troiani, Deifobo, un vero eroe, visto che era riuscito anche a ferire Achille durante uno scontro. Caduta Troia, però, la perfida donna vuole riguadagnarsi i favori dell’ex e introduce Menelao, accompagnato dall’immancabile Ulisse, nella sua stanza nuziale e fa trucidare l’ignaro Deifobo. Una vera megera! Altro che sesso debole.
Dopo la fine del suo terzo marito, se ne torna tranquilla in Grecia con il primo che la perdona (ci vuole un bel coraggio, però!) e vive in pace con lui finché, sopraggiunto il decesso anche di questo, viene cacciata con tutte le più sante ragioni dai figli di lui. Si rifugia quindi a Rodi presso un’amica – almeno, era convinta che lo fosse! – una certa Polisso che, a tradimento, la fa impiccare. Secondo altre fonti, Elena si suicida ma, conoscendo il tipo, credo proprio che non l’avrebbe mai fatto: troppo orgogliosa e troppo abituata a vincere. Dalla morte di Paride in poi, la storia di Elena sembra quella di alcune dive di Hollywood che si divertono a far strage di uomini, facendoli cadere nelle loro reti con grande facilità. È il caso di dirlo: nonostante quello che gli antichi scrittori vogliono farci credere, erano le donne, almeno quelle come Elena, a portare i pantaloni in casa. Altro che il bel Paride-Alessandro!

[nell'immagine: "Paride" di Antonio Canova, Venezia, Museo Correr]

11.16.09

GELMINI CHI?!?

Pubblicato su Mariastella Gelmini, Satyricon, televisione tagged , , , , a 9:15 pm di marisamoles

gelmini-berlusconiA Striscia la notizia questa sera è stato trasmesso un divertente filmato che riguarda il ministro del MIUR, Mariastella Gelmini. Pare che non tutti i colleghi sappiano come si chiama: Tremonti la scambia per la Brambilla, Brunetta la chiama Bernini, per ben due volte, e il premier Berlusconi, nonostante il ministro sia seduta al suo fianco, chiede in giro: “Non c’è il ministro Gelmini?”.

Poveretta! Pare che gli unici a non scordare il suo nome siano gli studenti e gli insegnanti. Peccato, però, che capiti, molte volte, che al nome e cognome (quando non è storpiato in “Germini” o cose del genere) vengano appioppati epiteti poco gentili!

L’INSEGNAMENTO RELIGIOSO PRESTO ANCHE IN RUSSIA

Pubblicato su adolescenti, attualità, religione, scuola tagged , , , , , , , a 2:06 pm di marisamoles

redsquareLa Russia, anche grazie all’apertura del premier Vladimir Putin, è ad una svolta epocale: dopo decenni di comunismo e ateismo diffuso, nelle scuole russe si insegnerà la “religione”. Leggo la notizia su Tuttoscuola e rimango sorpresa. Tuttavia c’è da dire che la nuova materia, che sarà insegnata dal personale già operante nell’ambito delle scuole sovietiche, previa apposita formazione, sarà denominata, per l’esattezza, “Fondamenti delle culture religiose e dell’etica laica“.
Per il momento saranno solo 12mila le scuole, disseminate in 19 regioni, che sperimenteranno il nuovo insegnamento, a partire dall’aprile 2010. I diretti interessati saranno gli alunni della quarta elementare che avranno anche a disposizione degli appositi libri di testo, in stampa entro febbraio.

Secondo quanto dichiarato da Putin, la popolazione russa avrebbe manifestato l’esigenza che i bambini siano istruiti sulle principali religioni professate nel mondo, senza, tuttavia, assegnare alcun privilegio alla religione cristiana ortodossa, la più diffusa tra i credenti russi.

Mi sembra un passo avanti in uno Stato che nell’ultimo secolo si è professato ateo. Un’apertura al mondo che, ne sono certa, farà commentare alcuni, in modo ancor più critico di quanto già non accada ora, l’arretratezza della nostra scuola in cui, nonostante la multietinictà della società attuale, si continua ad insegnare la “Religione Cattolica”. Non solo, si leveranno ancora più forti le voci di coloro che continuano a ritenere inopportuna, oltreché discriminante, la selezione degli insegnanti di Religione, pagati dallo Stato, da parte della Curia.

Su quest’ultima obiezione non mi soffermo, in quanto ritengo sia sterile e fuori luogo. Ma mi permetto di osservare che l’insegnamento religioso, in Italia, nulla ha a che vedere con il “catechismo” che prevede l’indottrinamento, tant’è che ai miei tempi si chiamava per l’appunto “dottrina”. Già ora, infatti, gli allievi delle scuole di ogni ordine e grado, sono edotti in materia religiosa, affrontando la complessità della fede senza essere costretti ad una visione unilaterale. È evidente che le caratteristiche della religione, nella pluralità di fedi, sono affrontate tenendo conto dell’età e dell’esperienza degli allievi, nonché delle loro capacità critiche. Ci sono docenti di religione –ormai prevalentemente laici- che hanno delle conoscenze vastissime, non solo in ambito teologico, e che riescono a far innamorare della loro materia gli studenti. Di certo non si prefiggono di rafforzare la fede, cattolica naturalmente, in chi già ce l’ha, né di disturbare le coscienze di chi, nonostante non senta ardere dentro di sé uno spirito religioso, magari è costretto dalla famiglia a frequentare le ore di religione.

Anche quando l’insegnamento religioso era obbligatorio, non credo abbia mai avuto la pretesa di convertire chi la fede non l’aveva. Piuttosto ha contribuito ad allargare le conoscenze in ambito religioso e non prettamente dottrinale. Cosa che i docenti continuano a fare nei confronti di chi, per libera scelta, frequenta le loro lezioni.

Mentre l’opinione pubblica di preoccupa dell’influenza, positiva o negativa, che un innocuo crocifisso appeso alle pareti delle aule scolastiche può avere sulle menti innocenti di bambini e ragazzi, bisognerebbe difendere non solo le nostre radici, ma anche un insegnamento che non può essere nocivo, anzi può contribuire ad ampliare le conoscenze degli studenti anche per quanto riguarda le altre religioni. Forse la Russia potrebbe insegnare qualcosa ai nostri atei. Dico questo perché sono loro i più agguerriti nella lotta contro il crocifisso: quelli che professano altre fedi, infatti, rimangono indifferenti di fronte alla bagarre che si è scatenata dopo la sentenza della Corte di Strasburgo che ha definito la presenza del crocifisso lesiva del diritto delle famiglie di educare i propri figli alla religione o di non educarli affatto in questo senso.

11.15.09

PROF FILMATA, GENITORI DELL’ALLIEVO MULTATI

Pubblicato su Legge, adolescenti, famiglia, figli, legalità, scuola tagged , , , a 11:49 pm di marisamoles

lavagnaÈ costata cara la marachella di uno studente dell’ITIS Einstein di Vimercate: nel 2007 aveva filmato la sua insegnante di Lettere mentre lei scriveva alla lavagna e il resto della classe faceva un vero e proprio show alle sue spalle: gestacci, boccacce ed altro che possiamo immaginare. Ma il vero “reato” quello studente l’ha compiuto una volta arrivato a casa: ha scaricato il filmato su You Tube, arricchendolo anche con dei sottotitoli. Uno scherzo divertente per l’allievo, un po’ meno per i suoi genitori.

È arrivata, infatti, la sentenza del giudice che si è occupato del caso, dopo che la prof aveva denunciato l’accaduto. Il ragazzo non aveva negato nulla ed era stato sospeso per 15 giorni dalle lezioni. Credeva, evidentemente, di cavarsela a buon mercato. Ma ora i genitori devono sborsare ben 20 mila euro, una cifra considerevole che, secondo il parere del giudice, costituisce un equo risarcimento per i danni morali subiti dall’insegnante: infatti, nella sentenza non si condanna il fatto di aver filmato la prof, quanto la diffusione in rete del video.

La sentenza crea anche un precedente: considerato che l’azione delittuosa è stata compiuta dal ragazzo una volta tornato a casa, quindi quando non era più sottoposto al controllo della scuola, responsabili, in un certo senso di mancata sorveglianza, sono ritenuti i genitori che devono pagare l’ammenda.
In effetti la sentenza del giudice non dovrebbe stupire: secondo quanto recita l’art. 2048 del Codice Civile, i genitori sono responsabili dei danni cagionati dai figli minori che abitano con essi, sia per quanto concerne gli illeciti comportamenti che siano frutto di omessa o carente sorveglianza; sia per quanto concerne gli illeciti riconducibili ad oggettive carenze nell’attività educativa, che si manifestino nel mancato rispetto delle regole della civile coesistenza, vigenti nei diversi ambiti del contesto sociale in cui il soggetto si trovi ad operare.
In altre parole, se l’ignara professoressa non ha colto sul fatto il discolo, sequestrandogli il telefonino, e quindi non ha avuto modo di operare il controllo durante la sua permanenza a scuola, i genitori, invece, avrebbero dovuto accorgersi della malefatta e impedire la diffusione in rete del video.

Non so quanto contenti siano mamma e papà delle malefatte del pargolo; di certo staranno pensando a come “fargliela pagare”. Intanto, però, ventimila euro non son bruscolini … Chissà se almeno questa “lezione” servirà.

[Fonte: Il Corriere]

ELUANA ENGLARO NON SI SAREBBE MAI PIÙ RISVEGLIATA. L’ATTESA RISPOSTA DEGLI ESAMI ENCEFALICI

Pubblicato su Eluana Englaro tagged , , , a 10:30 pm di marisamoles

gabbiano in voloDopo qualche mese ritorno a parlare di Eluana Englaro, la donna morta a Udine il 9 febbraio di quest’anno, dopo diciassette anni di coma vegetativo. La sua vicenda, anche grazie alla lotta che il padre, Beppino, ha dovuto sostenere prima che la legge gli consentisse di fermare per sempre il calvario della figlia e di tutta la sua famiglia, ha diviso l’opinione pubblica: da una parte il mondo cattolico e i benpensanti, inorriditi che un padre potesse volere la morte della sua creatura, anche di fronte all’evidenza di una vita, quella di Eluana, spezzata per sempre tanti anni prima; dall’altra tutte le persone mosse dall’umana comprensione che hanno appoggiato la scelta dolorosa di Beppino.
Quando ormai la decisone di sospendere le cure ad Eluana era stata presa, sulla base di una sentenza della Corte di Cassazione che aveva dato ragione all’Englaro, il mondo politico, governo in testa, si era mosso per bloccare tutto, attraverso un decreto urgente che, però, il Presidente dello Stato Napolitano non aveva voluto firmare. Quel rifiuto fu pure oggetto di polemiche e accesi scontri politici. Inutile qualsiasi tentativo di prolungare l’esistenza di Eluana: alla fine, sorprendentemente, il suo cuore ha cessato di battere nel breve spazio di qualche giorno, incurante del “caso” che si era scatenato sulla sua vicenda.

A nove mesi dalla morte di Eluana, sta per essere depositata la perizia degli esami fatti sull’encefalo, disposti dal procuratore di Udine Biancardi per fugare qualsiasi dubbio sulla morte della ragazza. Come anticipa L’Espresso, Eluana non si sarebbe mai risvegliata da quello stato vegetativo in cui da così lungo tempo si trovava. Quel corpo l’avrebbe tenuta per sempre prigioniera senza che lei potesse rendersi conto della sua condizione, senza poter sentire alcun suono, senza riuscire ad esprimere alcun sentimento attraverso una voce che si era spenta per sempre. I risultati della perizia parlano chiaro: fin da quel lontano 18 gennaio 1992 il suo cervello era andato in balck out. Nessuna possibilità che la situazione variasse nel tempo, come avevano sperato dapprima i suoi genitori. Certamente, almeno per la scienza, nessuna speranza che qualche miracolo accadesse e facesse ritornare in vita Eluana. E quando dico “vita”, intendo la vita vera, quella che qualsiasi ragazza prima, e giovane donna poi avrebbe diritto a vivere.

I risultati della perizia dovrebbero scagionare definitivamente Beppino Englaro, indagato a suo tempo per omicidio volontario, insieme al professor Amato De Monte e ad altri componenti dell’equipe medica che aveva assistito Eluana negli ultimi giorni di vita. Un’accusa, quella rivolta al signor Englaro, da parte di associazioni e comuni cittadini che l’avevano chiamato “assassino”. Proprio per questo, gli avvocati del padre di Eluana hanno a loro volta sporto denuncia contro chi gli aveva mancato di rispetto, mettendo in atto una civil action sullo stile americano ma non ancora praticata in Italia: i milioni di euro che dovrebbero essere ricavati come riconoscimento dei danni morali, andrebbero all’Associazione “Per Eluana” che, a detta del padre, si batterà per una giusta legge sul Testamento Biologico.

Ormai che Eluana non c’è più, Beppino chiede solo che sia data la possibilità ad altri, che dovessero trovarsi nelle stesse condizioni, di non prolungare quel supplizio. Ora che l’anima di Eluana vola libera, riappropriatasi della libertà che anche al suo corpo era stata negata per diciassette lunghi anni, l’unica battaglia che il padre ha ancor la forza di combattere è quella per il biotestamento. Nella speranza che si riesca a convincere il mondo politico che in casi come quello di Eluana non si uccide. In quei casi, la vita vera è quella che inizia dalla fine.

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11.14.09

ROBBIE WILLIAMS AD “AMICI” 9

Pubblicato su Amici, Maria De Filippi, spettacolo, televisione tagged , , , a 5:39 pm di marisamoles

L’unico motivo per guardare “Amici” di oggi: ospite Robbie Williams che, dopo tre anni di silenzio -in effetti lui ha detto “non ho fatto nulla per tre anni” e beato Robbie, allora!-, torna alla grande con un album che in pochi giorni conquista il disco di platino. Il titolo sembra calzare a pennello con la trasmissione di Maria De Filippi: Reality killed the video star. Ma chi lo uccide a lui? Forse le fans assatanate: ho visto lacrime e capelli strappati, ho sentito urla disumane come non si sentivano dai tempi dei Beatles. Ma le capisco, le fans: lui non solo è bravo, è pure bello e simaptico. Tutte le qualità, insomma. Forse ha stonato un po’, ma è già tanto che abbia cantato in diretta nonostante l’assalto del pubblico.

Confesso: un brivido è corso anche a me lungo la schiena. E bravo Robbie: emozioni ancora, nonostante qualche capello bianco e qualche ruga in più!

11.13.09

“L’AVVENIRE”: GELMINI FAI LA MAMMA

Pubblicato su Mariastella Gelmini, figli tagged , , , , a 4:49 pm di marisamoles

donna_incintaDopo le dichiarazioni del ministro Mariastella Gelmini, futura mamma: “A casa, neanche un giorno”, il mondo cattolico, e non solo, si è scatenato in giudizi peraltro nemmeno richiesti. Ma per qualunque mamma, a meno che non si tratti di qualche donna bionica, una dichiarazione del genere fatta al quarto mese di gravidanza, fa almeno sorridere. Certo di per sé la gestazione non è una malattia e la maternità è una gioia unica ma non dev’essere totalizzante. Ma da questo a pensare di poter davvero essere superefficiente alla fine dei nove mesi e per il primo periodo dopo il parto, ce ne corre. Provare per credere.

Di certo attrezzare una nursery al ministero risolve qualche problema, ma non tutti. Specialmente dovendo fare i conti con le notti passate seminsonni. Ancora, è giusto non pensare ad un figlio come ad un tiranno che vuole la mamma tutta per sé, ne fa una quasi schiava a suo completo servizio. Tuttavia, forse bisognerebbe spostare l’attenzione su un altro aspetto della maternità: la gioia di diventare mamma e il bisogno che non solo il bimbo ha di colei che l’ha messo al mondo, ma soprattutto la necessità che la madre sente di passare il suo tempo con quella creatura che per nove mesi ha solamente immaginato, ispirandosi alle “foto” delle ecografie. È un bisogno reciproco di fronte al quale non c’è lavoro che tenga, non c’è dovere istituzionale che tenga, non c’è riforma che tenga. Tutto può aspettare, un bimbo no.

Raramente sono d’accordo con il quotidiano “L’Avvenire”, ma questa volta concordo sulle osservazioni fatte riguardo le dichiarazioni rese dal ministro Gelmini a Il Corriere . Caro ministro, è meglio fare la mamma, e non lo dico perché, come molti, ritengo sia un bene per il mondo della scuola che si allontani per un po’ dai problemi del MIUR. Lo dico da mamma, pensando ai mesi felici trascorsi con i miei figli, a casa dal lavoro serenamente in congedo per maternità. Una ricchezza che non ha paragoni, certamente non con i tagli dello stipendio. Di soldi ne ho persi tanti, nei mesi di astensione volontaria, ma il tempo trascorso con i miei cuccioli mi ha ripagata in sorrisi, prime parole, poppate anche notturne, primi passi … sono doni che un figlio offre alla propria madre che non possono essere paragonati a qualche centinaio o migliaio di euro persi.

Proprio perché so bene quale prezioso dono costituiscano i figli per una mamma (e un papà, naturalmente), pubblico la lettera che Marina Corradi scrive sulle pagine de L’Avvenire: Parole condivisibili e che non hanno bisogno di commenti. Poi, caro ministro Gelmini, veda Lei.

La maternità e il lavoro
Signora Ministro, si prenda il tempo più bello

«Neppure un giorno a casa», promette sorridendo il ministro Mariastella Gelmini, annunciando la sua prossima maternità. È la tendenza fra le nuove madri professioniste o dirigenti, superimpegnate in un lavoro che le appassiona, e in grado di pagare le migliori tate: «Neppure un giorno a casa». Libere di fare come preferiscono. Tuttavia, però, vorremmo solo dire a queste donne, in amicizia, una cosa: vi perdete, in quest’ansia di tornare a “produrre”, qualcosa di molto grande. Vi perdete le vostre ore più belle. È un privilegio ormai, in questi tempi di precariato, potersi concedere di fermarsi per un figlio. È quasi un lusso. Ma a mia figlia, quando sarà grande, direi: prenditi tutto il tempo che puoi, consuma questi giorni in pace. Guardati, abbracciati il tuo bambino. Queste ore non torneranno.

Prenditi il tempo di stringertelo addosso: guarda come istintivamente ti si rannicchia fra le braccia, cercando ancora l’eco del battito del tuo cuore. Guardalo, e lasciati riempire di stupore: nove mesi fa non c’era, e ora è un uomo. Non è sbalorditivo? Germinato da un seme invisibile. Perfetto, e sì che tu di lui non avresti saputo fare neanche un capello. Trattieni il fiato: quel tuo figlio fra le braccia, è un mistero.

Annusalo: sa di latte, di cucciolo. Ma già fra pochi giorni il suo sguardo si illuminerà incontrando i tuoi occhi. Non lasciarti rubare quello sguardo da nessuno. Niente vale quel suo primo riconoscerti, quel tacito dirti: eri tu, quel buio morbido che mi abbracciava.
Guardalo. Guardagli le mani, così incredibilmente piccole; e senti come afferra e stringe forte il tuo dito, come ci si avvinghia. Impara come lo calma la tua voce, e come la ninna nanna che ti cantava tua madre, trent’anni dopo, naturalmente ti torna alla memoria.

Guardalo ancora. A chi somiglia? Ritrovargli negli occhi lo stesso cipiglio di tuo padre, o nei capelli il rosso fulvo di un nonno che neanche hai conosciuto. I geni che arcanamente si declinano, memori, nel tuo bambino. E lui, lui che – è straordinario – è te, e insieme l’uomo che ami.
Piange. Ha fame a tutte le ore. Ti avranno detto: un figlio, che fatica. Ti avranno detto delle notti in bianco. Vero, ma non si parla mai del resto: di cos’è, di quanto è grande stringersi addosso questo piccolo straniero. Se la fa addosso, urla, ha bisogno di tutto. Ma te ne innamorerai pazzamente. Non perdere i primi giorni di un grande amore.

Succhia, avido, e poi crolla addormentato. Tientelo stretto ancora un momento. Fermati a scoprire con meraviglia che ogni uomo al mondo è stato, un giorno, come tuo figlio stanotte: un bambino inerme fra le braccia di una donna. Ognuno, pensa: tutti i guerrieri e tutti i soldati, e gli assassini e gli eroi, tutti i morti di tutte le guerre del mondo sono stati, un giorno, uguali a tuo figlio stanotte: come lui innocenti, come lui abbandonati. Se lo capisci, non guardi più agli altri come prima. Sei quasi sottilmente cambiata. È un’altra donna, quella che incroci allo specchio con quel neonato fra le braccia. Come avendo per un istante sperimentato cos’è, la misericordia; che vuol dire, in ebraico, “amare con viscere materne”.

Gusta gli attimi, non avere fretta, contempla ciò che ti è accaduto. Hai avuto un dono. Esserne felice è già il principio di una gratitudine. (E chi è grato, è lieto).

Questo dirò a mia figlia, quando sarà grande. Le dirò che il lavoro è una cosa bellissima, è una cosa importante. Ma non lo è tanto da rinunciare ai primi mesi con tuo figlio. Sono tuoi, ti appartengono. Sono un privilegio – sì, privilegio, anche se oggi non si usa dirlo – delle donne: la straordinaria gioia di mettere al mondo, dalla propria carne, noi capaci di nulla, un uomo.
Signora ministro, auguri. Se lo goda almeno un po’, il suo bambino. Tutto, di fronte a lui, può attendere. Non si perda l’inizio di un grande amore.

Marina Corradi

11.10.09

GELMINI: CICOGNA IN ARRIVO A PRIMAVERA

Pubblicato su Mariastella Gelmini tagged , , , , , a 4:23 pm di marisamoles

gelmini e fidanzatoIn un’intervista a Il Giornale, il ministro del MIUR, Mariastella Gelmini, ha rivelato di essere in dolce attesa. Al matrimonio, già annunciato, con l’imprenditore bergamasco Giorgio Patelli, si aggiunge la lieta notizia di un bimbo o una bimba in arrivo.
D’altra parte, più volte il ministro ha detto che il 2010 sarà un anno di grandi cambiamenti. Certo, però, che chi si aspetta che la gravidanza e, successivamente, la maternità, l’allontani dalla riforma delle superiori, si sbaglia; la Gelmini, infatti, ha annunciato che sarà una mamma come tante che continuano a lavorare. Non voglio fare la vittima, ci sono tante mamme in giro per l’Italia che quotidianamente si sdoppiano benissimo, ha dichiarato.

Sul fatto che si possa conciliare la maternità con il lavoro, nulla da obiettare. Noi mamme lavoratrici sappiamo bene come fare i salti mortali, impegnandoci sui due fronti. Il problema è che per qualcuno la Gelmini non sa fare nemmeno il ministro …

Staremo a vedere. Intanto fra il congedo matrimoniale e quello per maternità almeno un minimo se ne starà tranquilla … Però dovrebbe occuparsi della riforma prima della prossima primavera. Speriamo bene.

[FONTE]

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11.08.09

PIERO MARRAZZO: MI RIPRENDE LA RAI?

Pubblicato su Satyricon, attualità tagged , , a 11:13 pm di marisamoles

rai3Dopo le dimissioni da Presidente della regione Lazio e, conseguentemente, vedendosi negata anche la nomina di consigliere, Piero Marrazzo rischia di rimanere senza occupazione. Eh già, non proprio senza lavoro visto che pare che alla Rai debbano riprenderselo.

La sua carriera in Rai, infatti, era stata interrotta nel momento in cui aveva avuto la nomina istituzionale a Roma. Ma non era stato licenziato da mamma Rai, avendo diritto al mantenimento del posto. Quindi in teoria dovrebbe rientrare nel vecchio posto di lavoro e ottenere un incarico non inferiore a quello di conduttore.
Alla Rai aleggia l’imbarazzo; la questione è delicata e non resta altro che sperare che Marrazzo si prenda un po’ di tempo, tra certificati medici e ferie arretrate. Forse, però, la decisione più sensata sarebbe rassegnare le dimissioni anche dalla Rai. A meno che in Viale Mazzini non gli creino un programma su misura. Il titolo potrebbe essere: “Mi manda Natalie“.

[fonte: Il Corriere]

P.S. Ho già espresso in altri post la mia solidarietà a Piero Marrazzo e alla famiglia. Queste poche righe sono un tentativo di sdrammatizzare, con un po’ di ironia. Spero non risulti offensiva perché questa non è la mia intenzione.

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