11.08.09

A “DOMENICA 5” PROTAGONISTA IL CROCIFISSO

Pubblicato su attualità, religione, televisione tagged , , , , , , , , , , , , a 5:49 pm di marisamoles

barbara-d-urso-domenica-cinquePomeriggio movimentato anche quello odierno, nel salotto di Barbara d’Urso. Poteva mancare a “Domenica5”, nel talk show di inizio puntata, il dibattito sul crocifisso e la recente sentenza della Corte Europea? (per i dettagli sulla notizia vi rimando alla lettura di questo post ). Eh già, è tutta la settimana che non si fa che parlare della decisione di Strasburgo, secondo la quale il crocifisso dev’essere tolto dai luoghi pubblici. L’opinione pubblica, almeno in questo caso, sembra compatta: no, quella croce con Gesù non deve sparire. Eppure la sola voce di una famiglia padovana alquanto caparbia ha indotto i giudici europei a darle ragione.

Ospite della puntata di “Domenica 5”, in collegamento da Abano Terme, anche uno dei figli della signora italiana, di origine finlandese, Soile Lautsi Albertin, che ha fatto ricorso alla Corte Europea. Sami, oggi 19 anni, spiega che non poteva proprio sopportare quel crocifisso in classe, in quanto cresciuto in una famiglia atea. Ma dopo l’inizio dell’iter legale intrapreso dalla sua famiglia fin nel 2002, ha ricevuto lettere di insulti e persino minacce, anche da parte dei compagni di classe. Il ragazzo racconta che nemmeno la madre è stata risparmiata, come il resto della famiglia; a lei sono pervenute pure minacce gravi come quella di stupro. Sempre a detta di Sami, le minacce sono riprese in particolare ora dopo la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

La trasmissione condotta da Barbara D’Urso propone, quindi, un servizio sul crocifisso. La maggior parte degli intervistati, gente comune, si dichiara contraria alla sentenza: quel povero Cristo in croce che male può fare? E poi, perché dobbiamo rinunciare al simbolo della cristianità che sta alla base della nostra cultura? In modo provocatorio, il servizio propone una scena tratta da uno dei film di Peppone e don Camillo: si vede, in particolare, il sindaco Peppone, convinto comunista, che si toglie il cappello di fronte alla croce, in segno di rispetto. È un messaggio chiarissimo: la croce merita rispetto, indipendentemente dalla religione professata o dal fatto di essere atei

Fra gli ospiti di Barbara, l’immancabile Daniela Santanchè, lo psichiatra Alessandro Meluzzi, la prezzemolina Alba Parietti (non fa che passare da una rete all’altra, dalla Rai a Mediaset; perché non le danno una trasmissione da condurre così almeno possiamo evitare di vederla ovunque nella veste di opinionista?), l’arbitro, si fa per dire, Vittorio Sgarbi e, in collegamento da un altro studio, il giudice Luigi Tosti, condannato tempo fa per essersi rifiutato di celebrare le udienze con il crocifisso appeso nell’aula del suo tribunale. In esterna da Abano Terme sono presenti tre sindaci particolarmente scatenati su questa questione: Massimo Bitonci, sindaco di Cittadella, Riccardo Roman, di Galzignano Terme e Luca Claudio di Montegrotto. Sulla scia dell’iniziativa presa da Roman, anche gli altri sindaci hanno emesso delle ordinanze relative al “crocifisso”, prevedendo anche il pagamento di una multa. Ma su questo argomento rimando alla lettura di quest’altro post .

Sami dice che il padre aveva paura di ritorsioni. In effetti, anche in questa circostanza viene ripreso con il volto schermato, cosa che gli viene più tardi rinfacciata da Sgarbi. Sami si professa ateo e dice che la croce per lui non significa nulla, anche se il simbolo cui rimanda lo faceva sentire diverso nell’aula scolastica frequentata allora. Per lui quel crocifisso è come se marcasse il territorio: con la sua presenza l’aula diventava cattolica. Mah!

I tre sindaci hanno portato 3 croci e hanno disposto di far sistemare 500 croci nei loro paesi, anche dove attualmente non ci sono. Una chiara provocazione, ma legittima. Si stanno anche raccogliendo delle firme in favore di un simbolo in cui ci riconosciamo in quanto italiani e tali vogliamo rimanere. Giunge voce che uno dei tre sindaci (non ricordo quale di preciso) abbia predisposto l’affissione di manifesti raffiguranti la famiglia Albertin con la scritta wanted. Prima ancora che giunga la smentita, da studio salta su la Parietti che obietta: “non si scherza su questo”, ma il sindaco replica che da lei non prende lezioni. La discussione d’ora in avanti si fa ancora più accesa e devo ammettere che farne la cronaca diventa difficile. Quindi mi scuso per le eventuali inesattezze o fraintendimenti.

Prende la parola la Santanchè dichiarandosi convinta che la croce sia un simbolo culturale e non religioso. Meluzzi cerca di intervenire, nella bagarre che si è creata, e ammonisce che bisogna evitare un guerra di religione e impegnarsi invece per far entrare nella Costituzione Europea la difesa delle radici gudaico – cristiane dell’Europa, anche per il rispetto dei principi di libertà e democrazia. Il dibattito s’infervora e le voci si sovrappongono. Meluzzi e Santanchè, ormai all’unisono, ricordano i milioni di cristiani martiri e ancor oggi ammazzati nel mondo. La Parietti interviene con la parola magica “integrazione” ma gli altri si oppongono al suo intervento, non si riesce più a capire nulla solo che lei a un certo punto li definisce talebani! Santanchè ricorda che la libertà religiosa è un diritto di tutti, indipendentemente dalla fede, ma la Parietti definisce il dibattito incivile perché sembra che tutti dimentichino che prima di tutto bisogna rispettare la Costituzione Italiana, l’articolo 8 che garantisce la libertà religiosa. Ma è evidente che anche gli altri dibattano su questo punto, mettendo in rilievo il fatto che la cultura è una cosa, la religione è un’altra. Evidentemente la Parietti non capisce e io mi domando come facciano a chiamarla nella veste di opinionista!

È la volta di un video in cui compare il papà di Sami: si appella alla possibilità di scelta. Dice che se nei luoghi pubblici è esposto il simbolo religioso allora non si può scegliere se entrarci o meno, come si può fare, per esempio, se si sta per entrare in un negozio. Poi riferisce che in famiglia, dopo la notizia della sentenza di Starsburgo, ci sono state telefonate di insulti da parenti lontani che non si sentivano da mesi o anni. Lui non capisce quest’accanimento: ha altri valori, come l’amicizia e tutto ciò che è esclusivamente terreno. Insomma, ateo non significa amorale o insensibile.
Un sacerdote ospite della trasmissione interviene parlando delle radici culturali e storiche del nostro Paese. Dice che allora dovremmo togliere di mezzo anche babbo natale, che non fa parte della nostra cultura ma si è ormai perfettamente integrato. Oppure togliamo anche il simbolo della repubblica perché può dar fastidio agli stranieri che non si riconoscono nella nostra bandiera.

È il turno di un’esponente di un’associazione di agnostici che, guarda caso, nel suo discorso, poche parole perché non la fanno parlare, torna sulla trita e ritrita laicità dello Stato. Sgarbi la insulta e le dice che ha fatto delle dichiarazioni da ignorante e che i giudici della Corte Europea lo sono altrettanto. Con il solito tono arrogante, anche se ha ragione, ricorda che Cristo è vittima, è stato ucciso, non è un terrorista, non mette bombe: ignoranti, urla alla fine a tutti. Precisa, quindi, che un ateo è un senza dio quindi non gliene frega niente del cristianesimo. Ad Albertin propone, poi, di togliere anche il nome alla scuola frequentata dai figli: Vittorino da Feltre era un grande umanista cristiano, potrebbe essere anche quello un simbolo fastidioso. O perché non fa cambiare i nomi ad altre scuole che portano nomi legati alla cristianità? Non si possono cancellare 2000 anni di cultura cristiana, conclude.

Il giudice Tosti, interpellato dalla D’Urso, precisa che avrebbe tenuto il crocifisso solo se gli fosse stato permesso di esporre anche la Menorah ebraica, anche perché le radici giudaico-cristianie sono comuni. Meluzzi obietta che anche nei tribunali USA si giura sulla Bibbia e osserva che l’uguaglianza in Italia è finta. Il giudice precisa che in Italia il giuramento è stato abolito in quanto incostituzionale. Meluzzi a questo punto si infervora, seguito a ruota da Sgarbi, che non perde occasione di gridare “ignorante” anche al giudice, invitandolo a studiare filosofia del diritto. Interviene la D’Urso che cerca di calmare tutti mentre Santanchè spiega che “ignorante” significa solo che “non sa”, quindi non è poi un insulto. Tosti ribatte parlando di razzismo, ma non si capisce che cosa intenda (forse dare dell’ignorante a chi non difende il crocifisso è un atto di intolleranza, secondo lui) e ribadisce che in Italia non c’è libertà. Santanchè replica che c’è poco rispetto per gli uomini in generale. E come darle torto?

Si apre, a questo punto, un collegamento con Piero Sansonetti,direttore de “Gli altri” che se ne esce con una mai sentita: dice che il crocefisso rimanda al potere temporale della Chiesa e che quella croce ha combinato tanti guai nei secoli. Meluzzi insulta anche lui e fa bene. Naturalmente il giornalista rimprovera lo spirito aggressivo del dibattito.
Da Abano, il sindaco di Galzignano Terme, Riccardo Roman , ribadisce il valore basilare dell’accettazione dell’altro e che del sacrificio dobbiamo fare uno strumento per andar contro una sentenza ingiusta.

La puntata si avvia verso la conclusione, non senza altre urla e insulti vari, con l’intervento dell’imam Ali Abu Schwaima, fedele ospite di Barbara D’urso: secondo lui il laicismo vero è quello che lascia la libertà senza che i diritti vengano calpestati. Non è favorevole alla sentenza perché limita una libertà. Si assiste, in ultimo, all’inevitabile scontro con Santanchè che ricorda all’imam la poligamia islamica e che Maometto aveva nove mogli, di cui l’ultima di nove anni appena. Era pedofilo, grida e rigrida la Santanchè e a questo punto non si capisce nulla. Per ritrovare la pace, l’imam conclude che i musulmani rispettano Gesù come i cinque profeti maggior dell’isalm, glissando sulla poligamia e la presunta pedofilia di Maometto, anche perché si era alzato poco prima un islamico presente tra il pubblico e aveva ricoperto d’insulti la Santanchè.
La puntata si chiude, per fortuna. Mi dispiace aver assistito ad un dibattito così incivile ma evidentemente se mancano gli insulti a “Domenica 5” l’audience ne risente.

Per chi si fosse perso l’ennesimo scontro Santanchè – imam Ali Abu Schwaima, ecco il video:

11.07.09

LA MELA

Pubblicato su Satyricon, Uomini e donne tagged , , , , , , a 10:11 pm di marisamoles

mela“In principio c’era la mela”. “Una mela al giorno leva il medico di torno” diciamo noi ora. Dio non doveva essere dello stesso parere. Non so se i proverbi fossero il suo forte ma probabilmente pensava: “Una mela, anzi un mozzicone di mela una volta sola e saranno guai per sempre”. Ma procediamo con ordine.

Dio, si sa, creò l’uomo e lo chiamò Adamo. La priorità che il Signore diede al nostro progenitore è da sempre stata interpretata come un chiaro segnale di superiorità dell’uomo nei confronti della donna. Ma ragioniamo: Dio mica era una donna! Se doveva creare un essere a sua immagine e somiglianza non poteva di certo dar vita ad una femmina! Poi evidentemente deve aver pensato: “Ma questo qui da solo cosa fa? Io sono Dio e mi basto, ma Adamo si può accontentare della mia compagnia?” Dopo aver riflettuto, conscio di non essere proprio un allegro compagno e di avere un sacco di cose da fare tutto il santo giorno, si decide a dar vita a qualcosa di diverso e, onestamente, fa il suo capolavoro: la donna.

A questo punto i signori uomini diranno: “Ecco la prova che la femmina è inferiore; se non c’era la costola d’Adamo …”. Già, ma pensiamoci bene: perché Eva “nasce” dalla costola del primo uomo? Perché Dio non sceglie un’altra parte? Che state pensando?! Poteva essere un pezzettino di testa, un ossicino di un braccio o di una gamba! No, la costola sta sul fianco dell’uomo e la donna da sempre sta a fianco dell’uomo (eccettuate le ultime tendenze molto di moda). A conferma di ciò mi piace citare un uomo vissuto qualche secolo fa, uomo di Chiesa per giunta, ma che qualcosa del mondo sapeva: Ugo da San Vittore. Non è un ospite dell’istituto penale di Milano, ma uno dei più autorevoli Padri della Chiesa, vissuto nel XII secolo, dotato di un intuito eccezionale visto che scrisse:
Poiché dunque all’uomo non veniva data né una padrona né una serva ma una compagna, non bisognava trarla dalla testa o dai piedi ma dal fianco (De Sacramentis, liber I, par.VI)
Con questo dovrei mettere a tacere tutti i maschilisti, ma mi sforzerò di continuare per dimostrare che il caro Ugo aveva ragione e che se la femmina non è superiore al maschio, i due sessi hanno almeno pari dignità (siamo o non siamo nell’era della par condicio?).

Ma torniamo alla nostra mela che, da Adamo ed Eva in poi, da sempre viene considerata il frutto dell’inganno (vedi Biancaneve e la strega cattiva). Nell’Eden i due dovevano essere veramente felici, a parte i primi momenti d’imbarazzo: “Ciao, mi chiamo Adamo”, “Io sono Eva, come va?”. Non potevano nemmeno abbandonarsi alle solite frasi di rito: ”A casa tutti bene?” o “Vuoi un drink?”. Credo che, comunque, volenti o nolenti dovettero piacersi. Avevano tutto quello che desideravano, non dovevano pensare all’affitto, alle bollette, al telefonino… Eva, poi, era davvero fortunata: poteva girare tranquillamente in topless senza essere bersaglio di insinuazioni del tipo: “Per me si è rifatta!”. Senza contare che non era costretta a spendere follie per il guardaroba firmato, né a riempire l’armadietto del bagno (quale?) con creme e cremine varie. Entrambi non avevano bisogno di studiare, di lavorare, far carriera o sperare in un futuro migliore con una vincita milionaria al Superenalotto! Davvero fortunati.

La loro storia, però, dovrebbe farci riflettere: perché mai andare a cacciarsi nei guai per una stupida mela, se avevano già tutto quello che desideravano? Perché l’uomo, si sa, anche il primo in assoluto, non è mai contento di ciò che ha. C’è sempre quell’irrefrenabile istinto, tipico dei mortali, della trasgressione. Così per quello stupido “pomo” che poi ad Adamo è rimasto pure nel gozzo, hanno mandato, come si suol dire, tutto a puttane! (Scusate l’espressione, ma non ne trovo una decente che abbia la stessa efficacia).

Adesso i signori uomini diranno: “Sì, ma se non c’era Eva (che da quel giorno è stata ricoperta da ogni genere d’insulti), Adamo non si sarebbe mai sognato di mangiare l’unico frutto proibito”. “Se Adamo (e molti uomini come lui) – rispondo io – avesse avuto un po’ più di carattere …”. La donna, si sa, è tentatrice, se poi si allea con un serpente … diventa una vipera! Adamo non doveva essere un macho – né fisicamente, né moralmente – così cede pensando “In fondo una mela che male può fare? Forse Lui nemmeno se ne accorge”.

Così, da quel lontano dì, per gli uomini sono cominciati un sacco di grattacapi: cercare casa, lavoro, allevare figli che proprio non vanno d’accordo … e tutto per colpa di chi? Di Adamo, naturalmente.

MI HANNO COPIATO IL TITOLO!!!

Pubblicato su attualità, politica, religione tagged , , , , , , a 2:11 pm di marisamoles

alessandro_manzoniStamattina è stato pubblicato, sul sito del Corriere, un articolo intitolato Quel crocifisso non s’ha da togliere. Peccato, però, che già ieri a mia volta avevo pubblicato un post dal titolo simile (c’è solo un’appendice: “pena una multa di 500 euro”).

Ve be’ che la fantasia ha un limite e che il nostro caro Manzoni, che per quanto riguarda la sensibilità nei confronti della religione non ha pari, funge spesso da modello ed esempio per giornalisti e blogger (chi è che, almeno una volta, non si è rivolto al suo pubblico con l’ormai famosa apostrofe ai “25 lettori”?), ma qui si tratta di vero e proprio “plagio”!

Visto che ci sono, riporto pure la notizia del Corriere: Silvio Berlusconi ha assicurato che il crocifisso rimarrà appeso nelle aule scolastiche perché la sentenza di Strasburgo “non è coercitiva”. Escluso, poi, un eventuale referendum. Meno male, almeno non buttiamo via i soldi!
Piccolo dettaglio insignificante: la decisone del governo italiano sarebbe in sintonia con il parere della CEI. Potevamo nutrire dei dubbi?!?

11.06.09

QUEL CROCIFISSO NON S’HA DA TOGLIERE, PENA UNA MULTA DI 500 EURO

Pubblicato su attualità, religione tagged , , a 4:45 pm di marisamoles

Cristo sul calvario-
È proprio vero: ci sono certe notizie che fanno parlare per giorni. Vedi, ad esempio, i fatti di cronaca più truculenti (omicidi ecc.) o gli scandali che coinvolgono uomini politici apparentemente irreprensibili. Poi ci sono anche i casi in cui si parla di “religione”. Basti pensare alla scia di commenti che si è portata appresso la ventilata ipotesi di offrire ai giovani mussulmani la possibilità di studiare il Corano a scuola.

Il crocifisso, però, credo che non abbia fatto parlare tanto di sé da più di duemila anni. Ma tant’è, continuiamo a parlarne, anche perché la notizia di oggi è, come dire, succulenta: alcuni sindaci italiani, in modo direi del tutto arbitrario, hanno trovato il modo per far rimanere il crocifisso al suo posto nelle aule scolastiche e negli uffici pubblici. Hanno agito, per così dire, d’anticipo e non hanno atteso l’applicazione della recente sentenza della Corte Europea che ha stabilito che l’immagine di Gesù debba scomparire dai luoghi suddetti, in nome del diritto di professare la religione in cui ognuno crede, senza vedersi imporre dei simboli che rimandano ad una determinata dottrina.
Il primo è stato il sindaco di Scarlino, piccolo comune in provincia di Grosseto. Maurizio Bizzarri, eletto nelle liste del Pd, ha firmato un’ordinanza con la quale si intima di mantenere il crocifisso nelle aule delle scuole del Comune come espressione dei fondamentali valori civili e culturali del Paese, perlomeno fino all’esito del ricorso alla Corte europea presentato dallo Stato italiano. Il sindaco, che ha stabilito un’ammenda di 500 euro per i trasgressori, ritiene che il crocifisso non vada ad intaccare la tanto sbandierata, di questi tempi, laicità dello Stato; anzi, in una società dove i valori stanno scomparendo, è essenziale che le Istituzioni si preoccupino dei giovani e dei bambini, affinché crescano con coscienza. Intento lodevole, non c’è che dire.

Ci spostiamo in Veneto e scopriamo che analoga decisione è stata presa dal sindaco di Galzignano Terme, provincia di Padova, Riccardo Roman, dell’Udc. Intervistato dal quotidiano Il Gazzettino, giustifica questa sua decisione asserendo che il crocefisso è un simbolo religioso ma non solo. Per noi italiani è una bandiera di cultura e di storia che ha tenuto e tiene insieme il nostro popolo. Dev’esserci a scuola come nel museo o al nido comunale. Non solo, Roman ritiene che questa “crociata” debba essere portata avanti da tutti gli Italiani, al di là del credo religioso, a salvaguardia dei diritti di ogni cittadino. Anche se si definisce “europeista convinto”, è contrario alla sentenza perché l’Europa deve costruire motivi in più per stare insieme e non annacquare valori in questo modo inaccettabile.
Al giornalista che gli chiede se la sua possa essere definita una “battaglia culturale”, Roman risponde: Decisamente. Mi spiega perché mentre accettiamo i simboli anche religiosi degli altri, i simboli della nostra cultura devono diventare sempre più deboli? La croce è un simbolo di dolore ma anche una promessa e rappresenta positività. Dobbiamo difenderla. Infine, il sindaco di Galzignano rivolge un appello ai cristiani: I religiosi si sveglino e si muovano su questo tema. Ma ripeto, per me il crocefisso rappresenta anche altre cose ed ecco perché la decisione della Corte europea la vivo come un atto di violenza. Sarà forse per questa sua convinzione che Roman ha già predisposto l’immediata affissione del crocifisso in tutti gli edifici pubblici presenti nel territorio di questo comune, quale espressione dei fondamentali valori civili e culturali dello Stato italiano. Non solo, ha pure assicurato un controllo capillare da parte degli agenti di Polizia che puniranno i trasgressori con una multa di 500 euro. Un atto doveroso, a parer suo, in quanto un’ordinanza non ha senso se non prevede anche un’ammenda per chi non la dovesse rispettare.

Alla provocazione di questi due colleghi, rispondono altri sindaci nel padovano: il sindaco leghista di Cittadella, Massimo Bitonci ha assicurato che controllerà personalmente la situazione nel polo scolastico cittadellese, per accertarmi che nessun insegnante troppo zelante si azzardi a togliere il crocifisso ; il suo collega di Montegrotto Terme, Luca Claudio (La Destra), ha fatto scrivere, riferendosi ovviamente al crocifisso, sui pannelli luminosi del Comune «Noi non lo togliamo». Milena Cecchetto, leghista, ne esporrà uno bello grande nell’atrio del municipio di Montecchio (Vicenza).

Insomma, pare sia iniziata una specie di secessione della regione Veneto dall’unione Europea. Alla faccia di chi pensa che essere cittadini europei significhi condividere con i “fratelli” una cultura che travalichi i confini regionali dei singoli Stati. E poi, il crocifisso, rappresentando Gesù morto in croce per il bene di tutta l’umanità, non dovrebbe essere il simbolo di Fratellanza universale per eccellenza? Io credo che il povero Gesù tutta questa bagarre attorno alla sua croce non l’avrebbe proprio mai immaginata.

[altre fonti: RaiNews24 e Corriere del Veneto; nell'immagine: "Cristo al Calvario" da questo sito]

NON SOLO ESCORT E TRANS… CI SONO ANCHE I GIGOLÒ

Pubblicato su cronaca tagged , , a 3:35 pm di marisamoles

Gere gigolò
Chissà perché c’è sempre la convinzione, specie da parte dei benpensanti, che siano solo gli uomini a cercare “certe” compagnie al di fuori delle relazioni ufficiali. Certo, la “vita” è nata nella notte dei tempi, mentre l’attività degli uomini a pagamento è forse un po’ più recente. Già, soprattutto perché le donne hanno dovuto superare certi tabù, sempre che li abbiano superati, e prendere un’iniziativa che è prettamente maschile: corteggiare un uomo e, nelle peggiori delle ipotesi, anche pagarlo.

Indubbiamente la rivoluzione femminista ha fatto la sua parte. Tuttavia, credo che se è già triste vedere un uomo andare a prostitute, pensare che una donna paghi le prestazioni sessuali di un uomo lo è di più. Eppure i gigolò sono una realtà e non sola una fantasia nata con il celebre film interpretato da Richard Gere. Così come le donne mature seduttrici non esistono solo nel film “Il laureato
Tanto diffuso è il fenomeno dei gigolò che a Trieste, per smascherare un giro di prostituzione maschile, la Squadra mobile ha mandato una sua investigatrice, ovviamente sotto copertura, in un appartamento del centro cittadino. La giovane poliziotta ha risposto ad uno degli annunci pubblicati su Internet. L’inserzionista, tale Nikolas, ventottenne romeno, si descriveva così: Sedere liscio e tonico, un metro e 80 di altezza, 78 chili, non peloso, esegue massaggi e offre momenti di relax. Da notare, soprattutto, il “non peloso”: ma una volta il petto villoso non era un tratto distintivo della virilità? Ebbene, i gusti delle donne sono cambiati e i poveretti si devono adeguare, soffrendo anche un bel po’ con la ceretta che, diciamolo, non è piacevole nemmeno per le donne che non hanno la “moquette”.

La poliziotta, dunque, arrivata nell’appartamento segnalato, trova tutto ben organizzato, l’uomo già mollemente adagiato sul materasso, mentre una donna, in cucina, sorveglia l’andamento dell’incontro. O tempora o mores! Direbbe qualcuno. Ai “magnaccia” eravamo abituati, ma alle protettrici di gigolò in gonnella no davvero!
Comunque la poliziotta alla fine ha incastrato il prestante Nikolas col sedere liscio e tonico. Mi sa che, a parte gli aggettivi, così tanto “sedere” non l’ha proprio avuto!

[fonte Il Piccolo]

11.05.09

NON C’È PIÙ RELIGIONE

Pubblicato su attualità, bambini, religione, società tagged , , , , , , , , , , , , a 9:31 pm di marisamoles

Chiesa Maria Regina Pacis TriesteIn questi ultimi tempi l’opinione pubblica s’interroga se sia giusto o meno offrire ai figli dei mussulmani l’opportunità di frequentare un’ora settimanale di religione islamica, se sia corretto che la disciplina denominata “Religione Cattolica” debba essere valutata, al pari di ogni altra materia scolastica, con un voto numerico che poi faccia media, se tale disciplina debba o no concorrere al credito scolastico, se il crocifisso nelle aule debba restarci o convenga toglierlo. In questa discussione, però, mi sembra che il punto fondamentale non sia, come dovrebbe, la fede, bensì ne venga fuori una “questione di principio”.

È “questione di principio”, ad esempio, che ognuno sia libero di professare la propria fede quindi non è giusto che nelle scuole pubbliche, quelle di uno Stato laico per “principio”, sia offerta solo l’ora di religione cattolica. È sempre “questione di principio” far sì che ogni religione abbia pari dignità, quindi è doveroso proporre un corso sul Corano ai musulmani. È ancora “questione di principio” quella secondo la quale attribuire un credito scolastico (cosa che poi non avviene, anche se teoricamente dovrebbe) a chi fa religione sia discriminante nei confronti di quegli studenti che scelgono di non avvalersene. Per la stessa “questione di principio” il crocifisso dovrebbe rimanere lì dov’è, nonostante una recente sentenza della Corte Europea dei diritti umani abbia stabilito il contrario.

Quello che si perde di vista, però, è il senso della religione. Perché per tutti noi, in qualsiasi dio crediamo, quella che conta alla fine è la fede. E se non l’abbiamo, esercitiamo comunque il diritto di scelta, ma nel momento in cui operiamo questa scelta ammettiamo che la fede esiste, altrimenti non potremmo decidere di farne a meno. Il punto è che, guardandoci attorno, vediamo che nelle scuole, anche se il numero degli studenti che non si avvalgono dell’insegnamento della Religione Cattolica è in costante aumento, i bambini e i ragazzi continuano, per la maggior parte, a seguire le ore di religione. E si appassionano, anche. Paradossalmente accade, talvolta, che i docenti di religione descrivano come eccellenti classi che nelle altre materie sono un disastro. Succede, più spesso di quanto non si pensi, che gli stessi allievi che durante le altre ore di lezione sono sempre distratti, fanno tutt’altro, non partecipano mai attivamente alle lezioni e, interrogati, sembra che non abbiano nulla da dire, siano invece attentissimi alle lezioni di religione e partecipino attivamente alle discussioni che emergono anche sul significato della fede, in generale.
Perché, dunque, s’interrogano solo i grandi sui “principi” sopra esposti e mai i diretti interessati? Perché non chiediamo a loro, agli studenti di ogni età, che cosa ne pensino effettivamente di tutti questi “principi”? Perché non lasciamo che esprimano il loro parere sulla presenza del crocifisso in classe? La corte Europea ha, infatti, accolto la richiesta che una madre ha fatto, non quella dei suoi figli. Una madre ha deciso che i suoi figli non abbiano voglia di stare in classe con un crocifisso appeso alla parte che continua a fissarli. Non credo che abbia interpellato i figli al riguardo, così come non credo che quel crocifisso crei così tanto disagio ai ragazzi, quanto ne crea alla madre che nell’aula scolastica non ci mette mai piede.

Sempre i genitori, ahimè, scelgono di non educare alla religione i propri figli. Molti bambini non sono nemmeno battezzati, e non sto parlando, ovviamente, dei figli nati in famiglie che professano altre religioni. Così come succede che molti bambini siano “costretti” al battesimo e agli altri sacramenti, come la Prima Comunione e la Cresima, senza che venga chiesto il loro parere. Molte coppie, inoltre, che in Chiesa non ci mettono mai piede, scelgono il matrimonio religioso perché è una “tradizione”, lo scenario di un altare bellamente decorato con fiori e nastri è più suggestivo di una fredda sala comunale, i parenti, a cominciare dai genitori, sono contenti; peccato, però, che, una volta celebrato il rito nuziale, tornino a disinteressarsi della fede e della Chiesa. Quelle stesse coppie, tuttavia, sono ben pronte a far frequentare il catechismo ai figli che verranno, sempre perché lo vuole la “tradizione”. Li accompagnano pure in Chiesa per la Messa, ma la maggior parte dei genitori parcheggiano i pargoli per un’oretta, approfittandone per fare un giro in centro, tanto i negozi sono aperti sempre, anche la domenica mattina. E quando arriva il fatidico giorno, quegli stessi genitori sono emozionatissimi nel vedere i loro bimbi prendere per la prima volta la particola consacrata; peccato, però, che dopo l’educazione religiosa venga del tutto trascurata in famiglia, almeno fino all’età della Cresima. Io li ho visti quei poveri ragazzi costretti a quindici anni e più a frequentare ancora il catechismo, perché se no poi non si possono sposare in Chiesa. Nessuno, però, glielo chiede esplicitamente se hanno quell’intenzione. Ma tanto, che importa? Poi decideranno autonomamente, quando sarà il momento; intanto la Cresima l’hanno fatta, non si sa mai.

Io credo che non si debbano mettere in discussione i simboli della fede. Piuttosto si deve riflettere sul suo significato. Di fronte all’ipocrisia delle coppie e delle famiglie sopradescritte, preferisco la coerenza di chi decide di sposarsi con rito civile, o di non sposarsi affatto, e di non avviare all’educazione religiosa i propri figli, rinunciando a farli battezzare. È vero che il battesimo, anche se imposto, non fa male a nessuno e lascia, comunque, libertà di scelta in futuro. Molti adulti, pur essendo battezzati, si dichiarano atei, ma non credo che rimproverino i loro genitori di averli costretti al sacramento. Ma molte coppie, conviventi o unite con il solo rito civile, poi mandano i bambini nelle migliori scuole, anche se religiose. Questo, secondo me, è il massimo dell’incoerenza. Fossi io a decidere, chiederei obbligatoriamente il certificato di battesimo all’atto del’iscrizione.

Un’altra domanda che mi pongo spesso è: ma i bambini non battezzati, come possono non sentirsi diversi quando alla scuola elementare vedono che la maggior parte dei compagni frequenta il catechismo e riceve la Prima Comunione e loro no? Intendiamoci, all’età di otto o nove anni della fede tutti ne capiscono ben poco, al di là di quello che viene loro propinato dalla catechista e su cui non hanno modo di ragionare. Però quello che conta per quei bambini è che i compagni che ricevono la Prima Comunione poi raccontano della bella festa organizzata in loro onore, del pranzo luculliano nel miglior ristorante, delle bomboniere offerte agli invitati e, soprattutto, dei regali ricevuti. Allora il bambino che di tutto questo ben di dio non ha potuto godere, si sentirà “diverso” e forse non chiederà spiegazioni alla famiglia, pensando che quello che i genitori decidono per lui è giusto oltre che indiscutibile. Ma un dubbio, almeno, potrà venirgli sul fatto che tali decisioni siano state prese senza chiedergli il parere. Così come i bambini che il sacramento l’hanno ricevuto potranno pensare, un giorno, che altri hanno deciso di iniziare per loro un percorso che gli è del tutto indifferente. Tuttavia, di fronte ai regali e tutte le altre belle cose di cui hanno goduto, non credo si possano sentire dei burattini nelle mani degli adulti.

Insomma, la questione è complessa. La religione, secondo me, non va confusa con la Chiesa e i suoi dogmi su cui potremmo discutere all’infinito. La cosa che più conta è la fede e, purtroppo, mi pare che essa vacilli anche in chi si definisce fervente cristiano. Non mi sto riferendo ai personaggi pubblici che, in quanto a modelli, lasciano a desiderare. Sto pensando ai sentimenti cristiani che a parole animano i cuori di tutti, ma che spesso nei fatti rappresentano solo una convenzione, una consuetudine. Basti pensare alle festività religiose: chi non festeggia il Natale o la Pasqua? Anche i laici, gli atei e gli agnostici lo fanno, perché considerano queste feste espressione delle tradizioni del nostro Paese. Ma poi siamo sicuri che lo spirito con cui ci si accosta a queste festività sia quello giusto? Non è più facile pensare agli addobbi natalizi, ai regali che vengono scambiati come tradizione vuole, alle uova di Pasqua e alle gite sulla neve o in altri luoghi che possono essere fatte approfittando dei giorni di festa che uno Stato laico ci concede?

Prima di parlare delle tante “questioni di principio” che ho elencate all’inizio del post, forse dovremmo interrogarci sul vero significato della religione e della fede, sulla presenza o meno nel cuore di tutti noi di quel Dio in nome del quale difendiamo le nostre ragioni contro ciò che sembra minare le nostre certezze. Solo dopo potremo comprendere che ormai, quando si parla di Cristianesimo e di Chiesa Cattolica, ci si riferisce solo ad una tradizione che come tale difendiamo contro chi vorrebbe, in nome dell’uguaglianza dei diritti, privarci di quelli che quella stessa tradizione ci ha trasmesso.

11.04.09

A PROPOSITO DI CROCIFISSI … E MADONNE

Pubblicato su attualità, religione, scuola, società tagged , , , , , , , , , a 9:55 pm di marisamoles

edicola madonna
Ho letto su Il Giornale, un’interessante riflessione dell’antropologa Ida Magli dal titolo L’inutile Europa ci toglie pure il crocifisso. Rimando alla lettura del pezzo attraverso il LINK e mi limito a trascriverne un brano che, a parer mio, è molto significativo e non ha bisogno di essere commentato.

I politici che hanno progettato l’Unione europea hanno affermato che ci univamo perché eravamo uguali; ma nelle religioni non si è, non si può essere uguali, perché appunto, come le lingue, esse si differenziano in funzione della diversità dei popoli. Adesso, dunque, è giunto per l’Ue il momento più difficile: vivere l’unione senza isterilirci, senza morire. Questo significa per prima cosa salvaguardare i segni visibili dell’appartenenza religiosa. In Italia l’architettura, le rappresentazioni pittoriche, i crocifissi, le innumerevoli Madonne, fanno parte della storia, dell’arte, delle tradizioni di un paese che si è talmente alimentato, lungo lo scorrere dei secoli, della bellezza del Vangelo che sarebbe impossibile immaginare un S. Francesco senza il dolce paesaggio dell’Umbria, un S. Benedetto senza l’ordinata gravità del lavoro romano, un Raffaello senza l’innamorata contemplazione della Vergine Maria. Oggi si vogliono togliere i crocifissi dalle aule nelle scuole pubbliche; per proteggere, come si afferma, la libertà degli studenti. Ma anche le migliaia di edicole della Madonna, che proteggono i viandanti agli incroci delle strade, sono «pubbliche»; presto qualcuno, giustamente, vorrà che vengano eliminate. Guardiamo bene in faccia il prossimo futuro: se nell’Ue per essere liberi bisogna che in pubblico vengano cancellati tutti i segni che indicano un’appartenenza, questo significa che nessun popolo sarà più un popolo, salvo che si ritenga che possa farci sentire «Popolo» l’esposizione nelle scuole e agli angoli delle strade della faccia di Barroso. Il «privato» non crea un popolo, ed è questo che succederà: tutte le differenze saranno costrette a vivere, o a sopravvivere, nell’ambito del privato e l’Europa sarà debolissima perché saranno a poco a poco cancellati, anche nella memoria, i tratti distintivi che legano fra loro i popoli che la compongono.

11.03.09

VIA IL CROCIFISSO DALLE AULE SCOLASTICHE. LA SENTENZA DELLA CORTE EUROPEA

Pubblicato su Mariastella Gelmini, attualità, politica, religione, scuola tagged , , , , , , a 4:33 pm di marisamoles

crocefissoEra prevedibile che prima o poi la questione del crocifisso nelle aule scolastiche sarebbe approdata a Strasburgo. Essere cittadini europei vuol dire anche questo. Però non significa che dobbiamo vedere calpestati i simboli della tradizione cristiana, da sempre presenti in luoghi pubblici come le scuole. Perché solo ora questa specie di protesta laica, in nome della libertà di culto o della scelta legittima di non credere affatto in nessun dio e in nessuna religione? Da sempre tra gli studenti delle scuole italiane di ogni ordine e grado ci sono stati seguaci di altre fedi o figli di famiglie che dell’ateismo hanno fatto una scelta di vita. Nessuno, mi pare, in passato ha mai protestato per essere costretto a vedere appeso alla parete dell’aula scolastica il Cristo in croce.

La notizia è questa: la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha stabilito che la presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche costituisca una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni» e una violazione alla «libertà di religione degli alunni, accogliendo il ricorso presentato dalla signora Soile Lautsi Albertin, cittadina italiana originaria della Finlandia, che nel 2002 aveva chiesto all’istituto comprensivo statale Vittorino da Feltre di Abano Terme (Padova), frequentato dai suoi due figli, di togliere i crocifissi dalle aule in nome del principio di laicità dello Stato.
Prima di rivolgersi alla Corte Europea, la signora aveva già visto respinta una richiesta analoga presentata alla Corte Costituzionale e al Tar del Veneto. Quest’ultimo tribunale aveva ribadito il significato del crocifisso come simbolo della storia e della cultura italiana e di conseguenza dell’identità del Paese, posizione avvallata successivamente anche dal Consiglio di Stato.

Io sinceramente non concepisco questo tipo di ostinazione. Ai figli si può spiegare tutto, anche il fatto che un Cristo in croce non dev’essere per forza adorato, non gli si deve rivolgere le preghiere, se non se ne sente la necessità, e che è lì perché qualcuno ci crede e non perché tutti debbano essere cristiani e cattolici per forza. Che si sbandieri in giro che la laicità sia la priorità assoluta, che solo uno Stato laico possa garantire la libertà di culto e il rispetto per ogni cultura e credenza per me è una grande baggianata. Nello stesso tempo quelli che difendono i simboli cristiani devono sopportare la loro demolizione, mentre non si può toccare il velo delle donne mussulmane. Che rispetto è? Un rispetto a senso unico? Cosa vuol dire intolleranza? Togliere un crocifisso che per sessant’anni e più è stato in un’aula scolastica mi sembra tanto intollerante quanto vietare l’ingresso a scuola di bambine e ragazze con il velo. E allora che tutto rimanga com’è perché la civiltà si basa sul rispetto reciproco e l’esempio che un genitore deve dare ad un figlio non è la lotta contro ciò in cui non si crede, bensì la lotta per garantire il rispetto di tutti, perché i diritti siano rispettati e le tradizioni pure.

Il Governo italiano ha già fatto sapere, attraverso il giudice Nicola Lettieri, che difende l’Italia davanti alla Corte di Strasburgo, che ricorrerà contro la sentenza. Se la Corte accoglierà il ricorso, il caso verrà ridiscusso nella Grande Camera.
Nel frattempo anche il mondo politico si schiera a favore del crocifisso, sia da destra che da sinistra. Il neo-presidente del Pd Bersani ritiene che un’antica tradizione come il crocifisso non può essere offensiva per nessuno, mentre l’europarlamentare Pd Debora Serracchiani ritiene la sentenza formalmente corretta e condivisibile, ma la tradizione culturale dalla Chiesa si intreccia con la storia del nostro Paese e richiede un approccio più complesso e una maggiore profondità di coinvolgimento.
Secondo il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini la presenza del crocifisso in classe non significa adesione al cattolicesimo, ma è un simbolo della nostra tradizione, mentre il presidente della Camera Fini teme che la sentenza venga salutata come giusta affermazione della laicità delle istituzioni che è valore ben diverso dalla negazione, propria del laicismo più deteriore, del ruolo del cristianesimo nella società e nell’identità italiana.

Il crocifisso ha accompagnato il mio percorso scolastico e in parte la mia carriera di insegnante. Alle medie e al liceo avevo un compagno ebreo che non frequentava le ore di religione (allora erano obbligatorie) e non si è mai lamentato del Cristo che alle spalle del docente seduto in cattedra lo fissava da quella sua posizione privilegiata. Allora, inoltre, in ogni aula, accanto al simbolo religioso che ci ricordava le nostre origini cristiane, si trovava anche il ritratto del presidente della Repubblica di turno. Due simboli in cui noi bambini ci riconoscevamo; quello religioso e quello istituzionale. Appartenere ad uno Stato significava, per noi, riconoscerne le origini religiose e la laicità, indipendentemente dal fatto che poi la religione in casa si praticasse o che l’inno nazionale si cantasse, conoscendo perfettamente a memoria l’intero testo. Io l’ho imparato alle elementari; ora lo conoscono, credo, solo i bambini appassionati di calcio che seguono le partite della nazionale.

Nella scuola in cui attualmente insegno il crocifisso non c’è e mi sono sempre chiesta perché. Forse il motivo è semplice: l’edificio è relativamente recente e la tradizione nel frattempo si era persa per strada. Può anche darsi che, dato il numero elevato di aule, l’acquisto dei crocifissi diventasse un onere troppo gravoso per la scuola, visto che i finanziamenti statali sono sempre esigui. Non credo che il simbolo della cristianità fosse stato omesso volutamente. Fino a dieci-quindici anni fa non si era ancora così sensibili nei confronti dell’ “altro”. In ogni caso, è bene che chi non professa una determinata religione accetti e rispetti ciò che per la maggioranza ha un preciso significato. Un crocifisso non può rappresentare un’offesa per nessuno.

[fonte: Il Corriere]

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11.02.09

STEFANO CUCCHI: LA MORTE FA NOTIZIA, MA PERCHÉ QUELLE FOTO?

Pubblicato su cronaca tagged , , , a 5:26 pm di marisamoles

pace a stefano
Scrivo questo post non per parlare della morte del trentunenne Stefano Cucchi, ma per protestare contro la diffusione in rete delle foto del suo cadavere.
Ho letto che le fotografie in questione sono state diffuse dalla famiglia stessa, per denunciare la gravità delle circostanze che hanno condotto il loro congiunto alla morte. Ritengo tale decisione di cattivo, anzi pessimo gusto. Credo che sia doveroso far luce su questa morte assurda, ma non approvo la scelta di pubblicare quelle foto. Non aggiungono nulla alla notizia, già tragica in sé.

La morte non fa paura più a nessuno, nel senso che siamo talmente abituati a vedere immagini violente in televisione e al cinema, da non distinguere più la finzione dalla realtà. Ad esempio, quando è stato diffuso il video del recente omicidio di camorra avvenuto in Campania, pur essendo coscienti di essere di fronte alle immagini di una telecamera di sorveglianza, l’abbiamo osservato come se si trattasse di un film. Ma le fotografie di quel ragazzo ormai privo di vita sono un’altra cosa. Io non riesco a guardarle perché penso che non venga rispettata la dignità della morte.

Ritengo che sia un diritto della famiglia quello di scoprire la verità e un preciso dovere della magistratura indagare per individuare un colpevole. Quelle foto, come ho già detto, non aggiungono nulla alla notizia e non servono a sensibilizzare il lettore che già comprende la gravità del fatto. Non sempre il fine giustifica i mezzi e se la famiglia ha preso questa decisione, assai discutibile a parer mio, è giusto rispettarla. Chi si “diverte” a pubblicare quelle fotografie, però, lo fa solo per alimentare la morbosità del pubblico che dovrebbe, almeno per una volta, fare a meno di pensare che il diritto all’informazione possa travalicare i confini della decenza. Non stiamo parlando di gossip, di escort o di trans, stiamo parlando della morte.

[per l'immagine, vedi sito agneseginocchio.it]

10.31.09

NOEMI, LA FIGLIA SEGRETA DI SARAH FERGUSON

Pubblicato su Satyricon, spettacolo, talenti, televisione tagged , , , , , , , , a 10:35 pm di marisamoles

NoemiXfactor2009Nonostante non abbia mai visto Noemi a XFactor, ho avuto modo di sentirla cantare e devo ammettere che mi piace molto. Conoscevo la sua voce ma non il suo viso. Nelle ultime settimane, sentendo spesso alla radio il suo ultimo successo “L’amore si odia”, cantato a due voci con la splendida Fiorella Mannoia, mi sono incuriosita e sono andata a cercare un video su You Tube. Ho trovato quello in cui presenta il suo ultimo pezzo proprio a XFactor, su quel palcoscenico dove ha mosso i primi passi verso il successo. È curioso il fatto che lei e Giusy Ferreri, pur non avendo ottenuto la vittoria nel talent show di Rai2, hanno avuto molto più successo dei vincitori stessi, Ciò che accomuna le due interpreti è, secondo me, quel timbro particolare di voce che fa sì che, non appena le senti cantare, non puoi sbagliarti, ti convinci che sono proprio loro anche se non le hai sentite interpretare quella canzone.

SARA_FERGUSONMa, vi chiederete, che c’entra questo discorso con il titolo del post? C’entra, c’entra. Perché, mentre guardavo il video su You tube, non facevo altro che chiedermi a chi somigliasse questa ragazza che fino allora non avevo mai visto. Poi ho avuto un’illuminazione: sembra Sarah Ferguson, l’ex moglie del principe Andrea, nonché duchessa di York, titolo che ha mantenuto anche dopo il divorzio.
Ho cercato, allora, delle foto della duchessa e ne ho trovate parecchie. Tuttavia, non riuscivo a trovarne una in cui la somiglianza con Noemi fosse evidente. Tutt’altra cosa è, infatti, osservare un volto su di un video e vi assicuro che in quello scovato su internet la somiglianza tra Noemi e Sarah è davvero impressionante.

Fatta questa scoperta, avevo in mente di scrivere un post del tipo “Separate alla nascita”. Poi, però, ho fatto due conti: la Ferguson ha da poco compiuto 50 anni, Noemi ne ha 27, più che sorelle gemelle, separate alla nascita, potrebbero essere … madre e figlia!
Ecco che la cantante italiana potrebbe essere la primogenita della duchessa di York, nonché sorella delle principessine Beatrice (nata nel 1988) ed Eugenia (del 1990). La somiglianza delle tre principesse con Noemi è notevole, non trovate?

A parte gli scherzi, auguro a Noemi tutto il successo che merita e che di certo avrà perché il suo album “Sulla mia pelle” è uscito agli inizi di ottobre e in un paio di settimane è balzato ai vertici della classifica delle vendite. Mi vien da pensare: ma se non ci fossero questi new talents, le case discografiche avrebbero già chiuso i battenti!

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